Le vittime del ciclone Harry nel Mediterraneo: “Abbiamo trovato due cadaveri, segno evidente di una strage”

Dei pantaloni scuri e una giacchetta nera, nessun documento in tasca, il volto mangiato dal mare, il corpo gonfio a pancia in su. È questo tutto ciò che sappiamo di una delle probabili vittime del ciclone Harry nel Mediterraneo centrale.
Viviana Di Bartolo, SAR Coordinator di Humanity 1, ha ancora la voce stanca. È appena arrivata a Trapani dove l’imbarcazione di ricerca e soccorso dell’Ong tedesca Sos Humanity ha messo in salvo 33 persone partite qualche giorno fa dalla Libia e soccorse in acque internazionali.
Durante la stessa missione l’equipaggio di Humanity 1 ha avvistato due corpi in mare, in avanzatissimo stato di putrefazione, che con ogni probabilità facevano parte dei migranti annegati nel silenzio generale di media e governi, nei giorni del ciclone.
“Il primo corpo l'abbiamo avvistato mentre ci stavamo dirigendo verso un caso di Alarm Phone, a nord della zona SAR libica. Il capitano ha avvistato qualcosa che galleggiava, e poi col binocolo si è reso conto che era un corpo. Abbiamo messo i gommoni in mare per provare a recuperarlo, galleggiava su uno di quei tubolari neri usati come salvagenti”, racconta a Fanpage.it Di Bartolo, “il volto era completamente irriconoscibile, aveva la pancia scoperta ma anche il colore della pelle era cambiato, era diventato tutto bianco, era molto gonfio. Siamo riusciti a distinguere solo una giacchetta nera e dei pantaloni scuri. Abbiamo provato in qualsiasi modo a prenderlo ma era impossibile. Abbiamo provato a fare il riconoscimento, abbiamo controllato se avesse dei documenti, qualcosa nelle tasche, ma non aveva nulla purtroppo”.
Un corpo senza nome, una vittima senza un volto, esattamente come altre centinaia di persone che potrebbero essere state risucchiate dal mare tra il 14 e il 21 gennaio scorsi.
Il 2 febbraio l’ONG Mediterranea ha lanciato un pesante atto d’accusa, parlando di circa mille persone scomparse nel nulla. Si tratta di numeri che, se confermati, segnerebbero una delle stragi di migranti più grande degli ultimi anni.
La segnalazione nasce da un lavoro di rete: gli attivisti di Refugees in Libya e numerose famiglie in Tunisia hanno segnalato decine di mancati arrivi e silenzi prolungati da parte di chi era partito.
Già il 24 gennaio, il giornalista di Radio Radicale Sergio Scandura aveva sollevato il caso, riferendo di almeno 380 persone ufficialmente disperse. La fonte, in questo caso, era un allerta tecnica inviata dalla centrale operativa della Guardia Costiera di Roma a tutte le unità in navigazione. Il dispaccio InmarSat segnalava otto imbarcazioni in estrema difficoltà, tutte salpate da Sfax, in Tunisia, nonostante le previsioni proibitive.
“Poco dopo, a 15 miglia a sud rispetto a dove avevamo trovato il primo cadavere, c'era un altro cadavere. Eravamo diretti lì per un altro gommone avvistato da Seabird, dopo aver fatto il soccorso è stato avvistato quello che sembrava una boa ma era un cadavere”, continua la SAR Coordinator di Humanity 1, “questo era ridotto ancora peggio. Anche lui galleggiava su un tubolare nero usato come salvagente, anche lui era in avanzato stato di decomposizione e non siamo riusciti a recuperarlo. Dalla distanza e dallo stato di putrefazione dei due corpi possiamo dire che facevano parte di due naufragi ravvicinati, se non dello stesso. Erano tra le 60 e le 100 miglia della costa, nella stessa traiettoria e nella zona SAR libica ma molto a nord, quindi potrebbe benissimo trattarsi anche di una partenza da Sfax”.
“Queste sono tutte supposizioni”, sottolinea Di Bartolo, “però dall'esperienza, da quello che ho visto in tutti questi anni, non erano corpi che stavano in mare da 2-3 giorni, erano in mare da almeno 10 giorni”.
Qualche giorno fa anche la nave Ocean Viking della Ong Sos Mediterranee ha trovato un corpo nella zona SAR maltese. Ed è proprio Malta che, nelle stesse ore in cui Scandurra denunciava le 380 persone disperse, ha soccorso Ramadan Konte, cittadino della Sierra Leone. È l’unico superstite di un naufragio di circa 47 persone, la loro imbarcazione era salpata da Sfax, in Tunisia, prima di essere travolta dalla furia del mare. Ramadan ha visto morire sotto i suoi occhi il fratello, la cognata e il nipotino, oltre ad almeno altri 47 compagni di viaggio i cui corpi sono rimasti in mare.
Sebbene le autorità nazionali continuino a mantenere un agghiacciante riserbo rispetto a cosa sia accaduto in quei giorni nel Mediterraneo, il 26 gennaio è intervenuta l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM). Con un comunicato ufficiale, l’agenzia ha confermato la veridicità del racconto di Konte, esprimendo profonda apprensione per il destino di centinaia di altri migranti che risultano tuttora irreperibili lungo la rotta tunisina, spariti nel nulla proprio durante il picco della tempesta.
“Questi cadaveri che abbiamo trovato sono il segno evidente che ci sono stati dei naufragi, che ci sono state delle stragi, che ci sono persone che galleggiano in mare e questo non è accettabile, non è normale”, conclude Di Bartolo.