Opinioni

La società patriarcale protegge la cultura dello stupro: è il momento di dire basta

C’è una cultura dello stupro e c’è una società patriarcale che la protegge, che cerca di preservarla. Tutto questo deve finire, e le reazioni all’omicidio di Giulia Cecchettin ci dicono che forse, finalmente, qualcosa sta cambiando.
A cura di Annalisa Girardi
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Dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin qualcosa è esploso. Il dolore, la rabbia e la frustrazione. Tutto un Paese ne sta parlando, ovunque. Anche tanti uomini, forse per la prima volta. E tante donne che non ne avevano parlato mai pubblicamente, oggi lo stanno facendo. Il voltastomaco, alla notizia, l’abbiamo sentito tutte e non ce lo stiamo più tenendo per noi.

Quest’anno sono state uccise 106 donne, 87 in ambito affettivo. Ci sono le loro famiglie, i loro cari, a piangerle. Ma ci siamo anche tutte noi. Perché potevamo essere noi, domani potrei essere io. In quella stessa violenza che ha tolto a loro la vita ci siamo immerse tutte, ne siamo circondate. E siamo esauste.

“Un bravo ragazzo”. “L’amava tanto”. 

“Le faceva anche i biscotti”. 

“Deve essere stata una lite finita male”. “Un raptus”. 

 “È tutto inspiegabile”.

Lo è davvero? Quante volte abbiamo sentito frasi di questo tipo? Un carnefice descritto come un uomo buono, un ragazzo normale che “semplicemente” non riusciva ad accettare la fine di una relazione e che deve aver avuto un blackout. Un singolo momento in cui ha perso il controllo. E quante volte abbiamo sentito la vittima diventare colpevole?

“Se l’è cercata”. “Aveva uno stile di vita troppo libertino”.

“Avrebbe dovuto capirlo che era un violento”.

“Non sarebbe dovuta andare all’ultimo incontro chiarificatore”. 

Tutto questo ha un nome: è cultura dello stupro. Sono tutti quei comportamenti e consuetudini che avallano le diverse forme della violenza di genere: la donna concepita come oggetto da possedere, il controllo ossessivo giustificato con la gelosia, battute e fischi per strada. Fino alla violenza fisica, concepita – se maschile ovviamente – come qualcosa di naturale e inevitabile, e in quanto tale costantemente minimizzata e normalizzata.

Dall’altra parte, le vittime vengono accusate di averla provocata, di non aver valutato a dovere quel rischio ineluttabile che è parte di come è fatto un uomo. Il famoso “boy will be boys”, se poi le donne ne finiscono vittime, la colpa è loro.

La nostra società è talmente impregnata di questa cultura della prevaricazione maschile che anche le  stesse autorità che dovrebbero contrastarla finiscono in qualche modo per legittimarla. Questo è particolarmente evidente nei casi di violenza sessuale.

“Non avevano capito che lei non volesse”.

“Aveva bevuto”. “Non ha chiuso bene la porta del bagno, lo ha indotto a osare”.

“Non è abbastanza attraente per subire uno stupro”. “Non ha urlato”. “Non si è opposta subito”.

“Non ha chiesto aiuto”. “La palpata è durata meno di dieci secondi”. 

Sono tutte parole messe nero su bianco, per pugno di alcuni magistrati, nelle sentenze in alcuni casi di stupro o molestie. A volte la violenza non viene nemmeno riconosciuta come tale; altre viene messa in discussione la credibilità della vittima, viene screditata la sua persona, delegittimata la sua testimonianza. Proprio chi dovrebbe fare giustizia, finisce per colpevolizzare la vittima.

Tutto questo deve finire.

C’è una cultura dello stupro e c’è una società patriarcale che la protegge, che cerca di preservarla.

L’uomo violento non è malato, ma un figlio sano del patriarcato” è un noto slogan femminista, rilanciato anche dalla sorella di Giulia Cecchettin, Elena, per sottolineare che in una società dove i rapporti di forza e di potere sono ancora legati a una chiara gerarchia tra i sessi, l’ennesimo femminicida non è un mostro, un essere anormale che commette azioni atroci proprio in funzione di questa sua anormalità. Ma tutto il contrario: è il “bravo ragazzo”, “l’uomo buono” che solamente non sa accettare la fine di una relazione e, in un raptus, si trova a commettere un omicidio.

Tutte quelle frasi – i vari “l’amava”, “non le avrebbe mai fatto del male” – alimentano una narrazione tossica, che non nasce per caso, ma è figlia di una società altrettanto tossica dove la dominazione maschile è ancora normalizzata. Dove le disparità di potere finiscono troppo spesso in violenza. Dove, in nemmeno un anno, contiamo 106 donne morte ammazzate. La maggior parte dal partner, dall’ex, o da un uomo della sua famiglia. Un uomo che viveva la relazione come possesso, come controllo totale sull’altra persona. Che non ne accettava la libertà.

Not all men”. Non tutti gli uomini ragionano e si comportano così, è stato detto.

Senz’altro. Ma finché arriverà prima la puntualizzazione che la presa di coscienza di essere parte del problema, continueremo a fare il doppio della fatica per estirparlo.

La responsabilità di un femminicidio, di uno stupro, di una violenza è sempre del singolo ovviamente. Ma quel singolo è inserito in un sistema di convinzioni, pregiudizi e discriminazioni che è compito di tutti affrontare. Anche – se non soprattutto – della parte privilegiata, che non è oppressa e schiacciata da strutture sociali impari. Quella parte che non ha mai dovuto lottare per la propria emancipazione o libertà. Che ha il lusso di poter dare tutte queste cose per scontate.

Le reazioni all’omicidio di Giulia Cecchettin ci dicono che forse finalmente qualcosa sta cambiando. Tantissime donne stanno facendo sentire la propria voce. Anche chi non aveva mai manifestato prima oggi è in piazza, richiamato forse da quella sensazione di stomaco in subbuglio che  abbiamo provato alla notizia dell’ennesima ragazza scomparsa dopo essere stata vista per l’ultima volta insieme all’ex fidanzato. Da quella rabbia perché è successo ancora, un’altra donna uccisa.

A problemi collettivi servono risposte collettive. Un femminicidio non è solo un delitto privato. Ci riguarda tutti perché è sintomo – il più grave – delle distorsioni di quella società patriarcale in cui viviamo e che ogni giorno contribuiamo a formare. Il responsabile materiale è uno, ma allo stesso tempo devono rispondere anche tutti coloro che mantengono in piedi quell’apparato di soprusi, umiliazioni e vessazioni con cui le donne si trovano ad avere a che fare. Allo stesso modo, il dolore per la morte dell’ennesima ragazza morta ammazzata è della sua famiglia, ma anche di tutte noi, esasperate di dover vivere con la consapevolezza che sarebbe potuto toccare a chiunque.

Questa volta non faremo un minuto di silenzio, ma faremo tanto, tanto rumore.

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A Fanpage.it sono vice capoarea della sezione Politica. Mi appassiona scrivere di battaglie di genere e lotta alle diseguaglianze. Dalla redazione romana, provo a raccontare la quotidianità politica di sempre con parole nuove.
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