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La sinistra ha già deciso che la colpa dei suoi fallimenti è Elly Schlein

La candidatura di Elly Schlein a segretaria del Pd ha scatenato polemiche e critiche interne alla sinistra, ma non è lei a dover ritrovare il contatto con la realtà. D’altronde è più facile accanirsi contro l’ultima arrivata che guardarsi allo specchio.
A cura di Jennifer Guerra
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Con un evento al Monk di Roma, la deputata ed ex vicepresidente dell’Emilia-Romagna Elly Schlein ha presentato la sua candidatura alla segreteria del Pd. Schlein sfiderà l’ex ministra Paola De Micheli e il presidente della sua Regione, Stefano Bonaccini. Con un comizio di circa quaranta minuti, Schlein ha illustrato la sua visione del nuovo Pd, che dopo la sconfitta alle ultime elezioni necessita di un “rinnovamento a tutti i livelli” e deve posizionarsi più a sinistra.

Peccato che, nella migliore tradizione della sinistra masochista, la candidatura di Schlein, che era molto anticipata, sia già stata incrinata da un coro di voci contrarie che hanno deciso che si tratta della cosa peggiore che potesse capitare al Pd. Come se il partito non fosse reduce da anni di scelte miopi, contraddittorie e autoreferenziali. D’altronde è più facile accanirsi con l’ultima arrivata, come se la responsabilità del disastro che oggi è il Pd fosse di una donna trentasettenne che finora non ha nemmeno avuto la tessera del partito.

Molte di queste critiche provengono da chi col Pd ha rotto da tempo e che, nonostante militi in partiti e realtà che vorrebbero configurarsi come la nuova sinistra extraparlamentare, si preoccupa enormemente del destino di un partito che non vota, critica e disprezza. Opinioni legittime, ma decisamente fuori fuoco, anche perché più che sulla sostanza si concentrano sulla forma. Anziché parlare delle sue scelte politiche del passato e del presente, di come si è comportata da vicepresidente di una regione “modello” ma in cui i problemi non mancano, anziché verificare se ha dato seguito alle sue intenzioni cercando di riavvicinare la politica al popolo, la si critica perché è una radical chic, perché proviene da una famiglia ricca, perché ha avuto un’educazione d’élite e addirittura perché è bisessuale.

Non c’è dubbio che Elly Schlein venga da ambienti privilegiati, ma d’altronde non ha mai nemmeno cercato di far passare il contrario, come invece fanno diversi politici che si fotografano alle sagre della porchetta per millantare posture da uomo qualunque. Politici che, per inciso, vengono tutti più o meno da quegli ambienti, con l’eccezione forse di Giorgia Meloni che nonostante il passato “popolare” non è di certo diventata Rosa Luxemburg (quest’ultima, tra l’altro, nata ricchissima).

Sarebbe senz’altro un segnale positivo e incoraggiante vedere un candidato o una candidata alla segreteria di un grande partito che si è fatta strada dalle più umili origini, ma non bisogna nemmeno credere che quella sia l’unica garanzia di essere un bravo politico o di essere vicino ai bisogni della base. Chi conosce davvero la storia della sinistra – anche quella radicale ed extraparlamentare – dovrebbe sapere che le formazioni politiche hanno sempre beneficiato del sostengo di persone ricche, borghesi e privilegiate. Sembra invece che queste critiche sull’origine di Schlein si basino sulla migliore tradizione pauperista della sinistra, che idealizza se non feticizza la povertà, quasi sempre però da un’ennesima posizione di privilegio.

Il fatto che Schlein sia nata in Svizzera e abbia la doppia cittadinanza italo-americana (il padre è del New Jersey), ma soprattutto che sia ebrea, sarebbe poi la dimostrazione di una sua affinità con le politiche neoliberali che la candidata ha più volte detto di voler contrastare. Tralasciando gli incommentabili scivolamenti nel complottismo di stampo antisemita, ancora una volta queste critiche confermano la convinzione che il destino di una persona sarebbe determinato dall’ambiente sociale da cui proviene, una convinzione abbastanza in contrasto con l’ideologia di sinistra. Il vero problema è però che si tratta di critiche politicamente e contenutisticamente vuote, che non dicono davvero nulla su Schlein ma cercano soltanto di neutralizzarla come persona.

Considerate queste premesse, ecco il peccato originale di Schlein: poiché sarebbe una borghese riccona e serva della Nato, non ha altri argomenti che i diritti civili e il femminismo. Chi la attacca, sostiene che il suo interesse per questi temi sia opportunistico, ma soprattutto che sia una conseguenza inevitabile del suo essere una donna bisessuale, come se fare parte della comunità lgbtq+ ti rendesse automaticamente incapace di occuparti di qualcosa che non sia l’identità di genere o l’orientamento sessuale.

C’è una parte consistente della sinistra che, incapace di guardarsi allo specchio, da anni se la prende con donne e minoranze per i propri fallimenti, ignorando che c’è un’altra parte altrettanto consistente che prova a ricostruire il tessuto sociale mettendo insieme le questioni di classe, di genere e razziali. I diritti civili vanno a braccetto coi diritti sociali, perché le donne, le persone migranti e la comunità lgbtq+ vivono gli stessi problemi di povertà e precariato degli uomini, ma con in più alcune specificità che non possono essere ignorate. Ma c’è chi preferisce ridurre tutte queste battaglie a battaglie elitarie, sul cui carro Schlein sarebbe opportunamente salita.

Evidenziare l’inconsistenza di queste critiche non significa rendere Elly Schlein una santa: è vero che corre il rischio di essere l’ennesima figura eroicistica in cui una sinistra alla deriva ripone tutte le sue speranze. È altrettanto vero che ci sono state scelte politiche, nella sua carriera, discutibili e contraddittorie rispetto a ciò che ci si aspettava da lei, ma è mille volte preferibile una politica che sbaglia e si rimette in gioco che una che è convinta della propria perfezione morale.

Schlein oggi viene attaccata dagli stessi che dicono che il Pd è ormai irriformabile, che è stato schiacciato dai personalismi e dalle correnti, che si occupa solo di comunicazione e non di problemi concreti. Critiche al partito puntuali e legittime, ma che fanno seguito all’incapacità di produrre una critica che non si basi su chi Schlein è, piuttosto che su cosa fa. Critiche, tra l’altro, che non sono mai state così severe nei confronti di nessun altro candidato (maschio) del Pd, come se negli ultimi anni il partito avesse brillato per campioni di coerenza, preparazione politica e umili origini.

Per come sta andando il “dibattito” di questi giorni, forse chi dovrebbe uscire un attimo a toccare l’erba e ritrovare il contatto con la realtà non è Elly Schlein.

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Jennifer Guerra è nata nel 1995 in provincia di Brescia e oggi vive in provincia di Treviso. Giornalista professionista, i suoi scritti sono apparsi su L’Espresso, Sette, La Stampa e The Vision, dove ha lavorato come redattrice. Per questa testata ha curato anche il podcast a tema femminista AntiCorpi. Si interessa di tematiche di genere, femminismi e diritti LGBTQ+. Per Edizioni Tlon ha scritto Il corpo elettrico. Il desiderio nel femminismo che verrà (2020) e per Bompiani Il capitale amoroso. Manifesto per un Eros politico e rivoluzionario (2021). È una grande appassionata di Ernest Hemingway.
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