Il Consiglio dei ministri ha approvato all'unanimità il disegno di legge sulla riforma del processo civile presentato dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. "È una di quelle riforme strutturali del nostro ordinamento giuridico, che invochiamo da anni. Confidiamo attraverso questa riforma di scalare importanti posizioni nelle classifiche di efficienza del sistema giuridico civile per attrarre gli investitori", ha commentato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in conferenza stampa al termine del Cdm.

Poi Bonafede ha illustrato il contenuto della riforma: "Il punto da cui siamo partiti è l’analisi delle cose che non funzionano nel processo civile. Ci sono due motivi principali. Il primo è che ci sono troppi tempi morti attualmente, troppe udienze in cui non succede nulla. Secondo, il processo civile è troppo complicato. Quando parliamo di processo civile parliamo della giustizia che interessa tutti i cittadini e tutte le imprese: il 90% dei cittadini italiani infatti considera la riforma del processo civile come la priorità della giustizia". E ha quindi elencato i punti di maggior rilevanza: "Gli interventi più importanti sono questi: la semplificazione per cui si passa dai tre riti di prima ad uno solo. E c’è un unico atto introduttivo. Poi stabiliamo che prima di arrivare alla prima udienza davanti al giudice il perimetro della causa sia già ben definito. Inoltre viene ridotto il numero delle udienze. Il codice di procedura civile avrà meno norme, meno regole che varranno per tutti i processi".

Il nodo della prescrizione

Rimane però il nodo della prescrizione, l'ultimo motivo di scontro interno nella maggioranza. Questa sera la riforma della giustizia era al centro della discussione in sede di Cdm: un incontro che ha tentato di allentare le tensioni fra le forze politiche nel governo. L'esecutivo vede da una parte il Partito democratico che rifiuta lo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, previsto dalla Spazzacorrotti e in vigore dal prossimo gennaio, e dall'altra il Movimento Cinque Stelle, con il ministro Bonafede in prima linea, che spinge per l'attuazione della riforma senza alcuna modifica.

"La prescrizione per noi entra in vigore il 1 gennaio 2020 e su questo non si discute. Sui tempi dei processi, sulla riforma del processo penale, si può continuare a discutere. Ma non è accettabile voler modificare la legge Spazzacorrotti", ha affermato il leader pentastellato, Luigi Di Maio. Poi ha cercato di stemperare il clima, aggiungendo: "Non vedo motivo di alimentare tensioni. Ogni buona proposta è bene accetta". E si va verso la ricerca di un accordo. È anche arrivata una telefonata tra il ministro Bonafede e l'ex Guardasigilli, il dem Andrea Orlando. Che da parte sua ha commentato: "Si è aperta una discussione". Anche Bonafede ha rassicurato: "Non vogliamo rompere con il Pd  e non vogliamo provocare una crisi di governo".

In tutto questo Italia Viva continua a parlare di intese alternative e guarda a destra.

Renzi: "Va a finire che si va al voto"

Questa sera, in diretta da Piazzapulita su La7, Matteo Renzi è intervenuto sui contrasti nella maggioranza sulla riforma della giustizia. E ha chiamato alle elezioni: "Litigano su tutto al governo, va a finire che si va votare. Rischiano di andare alle elezioni perché in questa fase in cui si mettono a discutere ogni giorno, io penso che il rischio ci sia". Poi ha aggiunto: "C'è una probabilità del 50% che l'attuale governo resti in piedi, fino a qualche settimana fa dicevo 95%".

Già nei giorni scorsi era arrivato il no di Italia Viva alla riforma di Bonafede sulla prescrizione: "Siamo disponibili a valutare soluzioni diverse in Parlamento se non dovesse esserci un accordo nella maggioranza per tornare almeno alla riforma Orlando che avevamo votato nella precedente legislatura e che non è stata ancora messa alla prova", ha detto Maria Elena Boschi,  la capogruppo di IV alla Camera.

La posizione del Movimento Cinque Stelle

Di Maio aveva tagliato corto: "Sulla prescrizione ogni buona proposta che punti a far pagare chi deve pagare e vada dunque nella direzione auspicata dal M5S è ben accetta. Siamo al governo per fare le cose e le cose si fanno insieme, non minacciando proposte individuali con l'unico fine di alimentare spaccature interne che, a mio modesto avviso, fanno solo male al Paese".

Anche il ministro Bonafede si è dimostrato aperto verso gli alleati dem: "C’è la mia massima totale e sincera disponibilità a vagliare le proposte del Pd e degli altri partiti della maggioranza. La riforma del processo penale l’ho scritta con magistrati e avvocati se qualcuno pensa di avere strumenti migliori siamo qui per vagliarli. Sono disponibile al dialogo, c’è una maggioranza con cui dialogare meglio su questi temi. Allora dico, lavoriamo. Anche questa mattina ho avuto interlocuzioni col Pd, credo ci sia un terreno per cercare soluzioni", ha affermato il Guardasigilli.

Bonafede si è detto "convinto che in questa maggioranza ci siano praterie per lavorare insieme sulla giustizia, se ci troviamo d’accordo sull’obiettivo che dopo la sentenza di primo grado ci sia una risposta di giustizia". E ha chiamato in causa il leader pentastellato: "Di Maio ha fatto bene a dire che sarebbe strano se si formasse un asse tra centrosinistra e il centrodestra sulla prescrizione, anche perché è stato un tema centrale, uno dei pochi che ha segnato il confine tra Berlusconi e il centrosinistra".

La posizione del Partito democratico

Ai dem, tuttavia, non è andato giù il riferimento all'ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi: "L'era Berlusconi si è conclusa da tempo proprio grazie alla riforma realizzata da Orlando quando era ministro della Giustizia", ha specificato il vicecapogruppo del Pd alla Camera Michele Bordo. "La riforma della prescrizione è nelle mani del presidente Conte, non certo delle veline del m5s. Serve un intervento correttivo, decida Di Maio se vuole condividerlo con la maggioranza, o lasciare che il parlamento si esprima liberamente", ha commentato invece il capogruppo dem al Senato, Andrea Marcucci.

Il capogruppo alla Camera, Graziano Delrio, si è detto convinto di riuscire a trovare una soluzione, in quanto consapevole "della ragionevolezza degli interlocutori a partire dal ministro Bonafede". Per quanto riguarda Conte, invece, Delrio ha affermato: "È il presidente del Consiglio ed è di garanzia per tutta la coalizione". Ma non esclude una rottura: "Il Pd non entra e non resta al Governo a tutti i costi perché se i problemi non si risolvono è chiaro che noi non stiamo lì a scaldar le poltrone".