Qualche giorno fa, nel prendere atto del rinnovo automatico degli accordi con la Libia e delle supercazzole del governo italiano sui cambiamenti alle regole di ingaggio, ci chiedevamo fino a che punto avremmo continuato a far finta che Tripoli fosse un interlocutore affidabile, che i lager fossero dei semplici centri di accoglienza e che la guerra fosse un’esagerazione dei buonisti. In concomitanza con la notizia dell’apertura di una indagine sui centri di detenzione in Libia (anche governativi), che ha portato all’emissione di una serie di mandati di arresto, avevamo chiesto pubblicamente al ministro Lamorgese di spiegare come fosse possibile continuare a rivendicare politicamente accordi di questo tipo. Senza ricevere risposta.

Oggi la portavoce della Commissione Europea, Mina Andreeva ribadisce l’ovvio, cioè che la Libia non è un porto sicuro, perché sul piano del diritto internazionale non è possibile considerare luogo sicuro un posto in cui “sia minacciata la sicurezza della vita delle persone soccorse sulla base dei bisogni umanitari, medici e di alimentazione”. Condizioni minime di sicurezza personale e rispetto dei diritti individuali che in Libia non ci sono, è noto a tutti. La portavoce della Commissione nello specifico si riferiva ai presunti accordi fra Malta e la Libia, che sarebbero basati su una collaborazione volta a impedire che i migranti arrivino sulle coste maltesi, favorendo l’intervento della Guardia Costiera libica. Times of Malta ha spiegato in cosa consisterebbe il patto: “Quando c’è una barca che si avvicina alle acque maltesi, le forze armate maltesi si coordinano con i libici, che recuperano i migranti e li riportano in Libia prima che possano entrare nelle acque maltesi, diventando così responsabilità nostra [cioè di Malta]”.

Vi ricorda qualcosa? Esattamente. In sostanza è quello che noi chiediamo ai libici, probabilmente in modo ancora più grave, considerato il fatto che armiamo e addestriamo la Guardia Costiera libica, fornendo anche mezzi militari senza alcuna rassicurazione sul modo in cui verranno usati. Di fatto, siamo coinvolti direttamente nel respingimento di persone verso un Paese in guerra, un atto illegale dal punto di vista del diritto internazionale e criminale dal punto di vista politico, anche considerando le decine di casi documentati in cui la Guardia Costiera libica non ha risposto alle richieste di soccorso, abbandonando in mare decine di persone.

Ora che lo ripete per l'ennesima volta anche la Commissione UE, forse sarà più chiaro a tutti che al governo abbiamo gli unici negazionisti della realtà. Gli ultimi giapponesi nella foresta, che fingono di non rendersi conto di cosa stiamo avallando, della vergogna assoluta in cui stanno gettando il nostro Paese.