Una tragedia in mare, causata questa volta non dai soccorsi tardivi, ma da una sovrapposizione tra una Ong tedesca, la Sea Watch, e i libici: nessuno sapeva chi doveva intervenire. Il drammatico racconto, fatto da Alessandra Ziniti su Repubblica, dimostra che la vita umana vale zero, nel braccio di mare che separa il Continente africano dall'Italia. Un elicottero della Marina militare italiana sorvolava il luogo dell'incidente, che si è verificato a circa trenta miglia di distanza dalle coste libiche, chiedendo insistentemente alla motovedetta libica di intervenire. Ma l'invito è rimasto inascoltato: "Guardia costiera libica, questo è un elicottero della Marina italiana, le persone stanno saltando in mare. Fermate i motori e collaborate con la Sea Watch. Per favore, collaborate con la Sea Watch". Le conseguenze sono state nefaste: i dispersi sarebbero una cinquantina. Sull'incidente indaga la Procura di Ragusa, che ha sentito le testimonianze dei 59 sopravvissuti.

I superstiti soccorsi dall'organizzazione non governativa sono arrivati in Sicilia con le salme di cinque migranti, tra cui tre uomini, una donna e un bimbo nigeriano di due anni mezzo. La madre del bambino invece è riuscita a salvarsi, ma ha assistito all'annegamento del figlio. Il padre forse è stato riportato indietro con la guardia costiera libica. Una trentina di migranti, invece, sarebbero invece stati presi in carico dalla guardia costiera libica. A intraprendere questo viaggio della speranza sarebbero stati in 145, pagando un prezzo altissimo ai trafficanti: 400 dollari a testa.

La dinamica dell'incidente

Secondo quanto ricostruito il gommone avrebbe iniziato a imbarcare acqua, una volta arrivato in acque internazionali. Dopo una manciata di minuti ha cominciato ad affondare. Un elicottero della Marina Militare italiana ha avvistato il natante e si è accorta della situazione di pericolo. A quel punto ha allertato i soccorsi, e sono giunti sul posto una motovedetta libica e la nave "Sea Watch 3". Alcuni migranti erano però già annegati, e i loro corpi galleggiavano in mezzo al mare. Alcuni naufraghi sono stati imbarcati a bordo dell'imbarcazione libica. Ma vedendo la nave dell'Ong tedesca molti di loro si sarebbero gettati in mare, per tentare di raggiungere la libertà. Nessuno voleva essere traghettato di nuovo in Libia. I libici allora hanno cercato di trattenere le persone, anche con minacce, per impedire loro di scappare. E mentre 59 persone venivano condotte in salvo, la motovedetta della Guardia costiera ha riacceso i motori ed è ripartita verso Tripoli con 42 superstiti a bordo. I soccorritori hanno raccontato lo strazio di famiglie divise, coppie separate, genitori e figli che il caso ha voluto legare a un destino diverso: alcuni sono stati trasportati in Italia, altri drammaticamente non ce l'hanno fatta e verranno incarcerati chissà dove.

Un soccorritore italiano dell'Ong, Gennaro Giudetti, ha denunciato la mancata collaborazione dei libici: "I libici ci ostacolavano in tutti i modi, per quanto incredibile possa sembrare, ci tiravano anche patate addosso. Loro non facevano assolutamente nulla, abbiamo dovuto allontanarci un po' per non alzare troppo il livello di tensione e in quel momento abbiamo visto che sulla nave libica i militari picchiavano i migranti con delle grosse corde e delle mazze. In tanti si sono buttati a mare per raggiungerci e sono stati spazzati via dalla partenza improvvisa della motovedetta. È stata una cosa straziante. E la colpa è di tutti noi, degli italiani, degli europei che supportiamo questo sistema. Quelle navi libiche le paghiamo noi. Quando ho raccolto dall'acqua il corpo di quel bambino, ho toccato davvero il fondo dell'umanità".