
Le parole pronunciate nei giorni scorsi da Giusi Bartolozzi, oggi capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, hanno acceso una polemica politica immediata. Invitando a votare sì al referendum costituzionale del 22 e 23 marzo sulla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni, Bartolozzi ha infatti affermato: «Così ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione».
Dal centrodestra è arrivato subito il tentativo di ridimensionare l’uscita. Il ministro della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo ha parlato del "temperamento tosto" di Bartolozzi ("è un po' fumina, e ogni tanto le scappa un po' la frizione"), mentre il sottosegretario Alfredo Mantovano ha liquidato la vicenda come "una frase infelice".
Eppure, a guardare la sua attività parlamentare nella scorsa legislatura, quella dichiarazione appare tutt’altro che estemporanea. Le proposte di riforma della giustizia presentate da Bartolozzi alla Camera raccontano una linea politica precisa: ridimensionare l’autonomia della magistratura e rafforzare il controllo della politica sulle sue funzioni.
Chi è Giusi Bartolozzi: dal Parlamento al ministero della Giustizia
La traiettoria politica di Giusi Bartolozzi riflette un posizionamento che si è progressivamente consolidato negli anni. Magistrata, entra in Parlamento nel 2018 tra le fila di Forza Italia, dopo essere stata presentata da Gianfranco Miccichè a Silvio Berlusconi. Il rapporto con il partito d’origine si incrina però già nel 2020 e culmina nel 2021, quando Bartolozzi approda al gruppo misto. È l’inizio di una transizione politica che la porterà a una crescente sintonia con Fratelli d’Italia e, in particolare, con il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove, fino a diventare una delle figure di maggiore fiducia all’interno del ministero guidato da Carlo Nordio.
Su questo percorso si innesta anche un fascicolo giudiziario: Bartolozzi risulta indagata dalla Procura di Roma nell’ambito del caso Almasri, la vicenda legata all’arresto in Italia del torturatore libico destinatario di un mandato della Corte penale internazionale, poi scarcerato e rimpatriato con aereo di Stato.
A questo quadro si è aggiunto, poche settimane fa, un episodio legato al referendum: è infatti della capa di gabinetto la firma sulla richiesta formale di acquisire l’elenco dei finanziatori dei comitati per il No. Un’iniziativa che è sembrata una forma di intimidazione nei confronti della rete di sostegno dell’opposizione alla riforma.
Le proposte di modifiche costituzionali presentate da deputata
Ma è nell’attività da deputata che emerge la coerenza tra la dichiarazione violenta contro la magistratura e il retroterra culturale e politico dell’attuale capa di gabinetto di Nordio. L’8 ottobre 2020 Bartolozzi presentò due proposte di legge costituzionale.
La prima prevedeva l’istituzione di un’Alta corte disciplinare per i magistrati. A differenza della proposta Meloni-Nordio, la corte ideata da Bartolozzi sarebbe stata composta da nove membri: tre nominati dal Presidente della Repubblica e sei dal Parlamento. Nessun componente sarebbe stato espressione dell’autogoverno della magistratura.
Anche le possibilità di ricorso sarebbero state fortemente limitate: le decisioni dell’Alta corte avrebbero potuto essere impugnate davanti alle Sezioni Unite penali della Cassazione solo per «violazione di legge», cioè per errori di diritto, nell'applicazione delle norme, escludendo quindi ogni controllo sul merito della decisione disciplinare.
Nello stesso giorno Bartolozzi presentò anche una proposta di modifica dell’articolo 112 della Costituzione, quello che stabilisce il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Oggi questo principio prevede che il pubblico ministero debba esercitare l’azione penale ogni volta che emergono elementi di reato, senza poter scegliere politicamente quali reati perseguire.
La proposta di Bartolozzi puntava invece ad attribuire al governo il compito di stabilire le priorità investigative. Nella relazione introduttiva si legge infatti che "la definizione delle priorità dell’esercizio dell’azione penale è un supremo compito che spetta alla politica".
La commissione d’inchiesta sull’uso politico della giustizia
Sei mesi dopo, nell’aprile 2021, Bartolozzi presentò anche una proposta per istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta sull’«uso politico della giustizia». Nella relazione introduttiva il quadro tracciato è fortemente critico nei confronti della magistratura. Si parla di una crescente "dilatazione del ruolo dei giudici", di procure diventate un potere autonomo (la "Repubblica dei pm") e di un sistema in cui la magistratura finirebbe per interferire con la politica e con l’economia.
Alla Commissione sarebbero stati attribuiti poteri particolarmente estesi. Il testo prevedeva la possibilità di acquisire atti e documenti anche da procedimenti giudiziari in corso e stabiliva che non potessero essere opposti il segreto d’ufficio, quello professionale o quello bancario, con la sola eccezione del segreto tra difensore e assistito. Le testimonianze davanti alla Commissione sarebbero state inoltre soggette alle norme penali previste per le dichiarazioni rese all’autorità giudiziaria.
Perché la polemica su Bartolozzi dice qualcosa di più
Le parole pronunciate da Giusi Bartolozzi non sono soltanto l’ennesima polemica politica. Piuttosto rappresentano l’ultimo, fragoroso punto di una linea che emerge con chiarezza dalla sua attività parlamentare e dalle posizioni inopportune, se non intimidatorie, già mostrate dalla capa di gabinetto durante questa campagna referendaria.
Non si tratta dunque di un’uscita estemporanea, ma della sintesi politica di un percorso che si snoda tra la proposta di attribuire al governo il potere di stabilire le priorità dell’azione penale fino all’idea di un’Alta Corte disciplinare senza rappresentanti della magistratura.
In questo senso, l’evocazione dei magistrati come "plotoni di esecuzione" appare meno come uno scivolone verbale e più come l’espressione più esplicita di quella visione, in linea con l’intento vendicativo contro una magistratura che si limita ad applicare il diritto.
E le reazioni tiepide della maggioranza di governo, che, nonostante l’imbarazzo suscitato dalla dichiarazione, non ha chiesto né sollecitato le dimissioni della capa di gabinetto, contribuisce a darle un significato ulteriore, e dice forse più della frase stessa: il governo non considera quelle parole incompatibili con la propria idea di giustizia.