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Da quando i risultati dei ballottaggi delle elezioni amministrative di due giorni fa sono diventati definitivi, non si parla d'altro che delle "ragazze del Movimento 5 stelle". La locuzione è stata utilizzata praticamente dalla maggior parte dei media per riferirsi a Virginia Raggi e Chiara Appendino, neoelette a Roma e Torino battendo i candidati del Partito democratico Roberto Giachetti e Piero Fassino. Se inizialmente come titolo d'impatto la notte dello spoglio non mi aveva provocato particolare fastidio – pur ritenendolo tutt'altro che originale – leggendo gli articoli pubblicati nelle ultime 48 ore, mi sono accorta che la narrazione prevalente sulle due esponenti del M5s, però, è rimasta praticamente questa – salvo arricchirsi di varianti come "ragazza acqua e sapone".

Tralasciando la diatriba sindaco/sindaca che si è scatenata su come chiamare Raggi e Appendino, il punto è che nel dibattito pubblico le due neoelette sembra non riescano a uscire dalla condizione di essere donne (e per di più giovani). Senza prenderci troppo in giro, capisco perfettamente i titoloni o i fiumi di inchiostro sul fatto che due esseri di sesso femminile siano chiamate a guidare per i prossimi cinque anni due grandi città italiane – in un caso addirittura la Capitale – in barba a due politicamente rodati e non più giovanissimi uomini. Non è una cosa che accade abitualmente – e forse sarebbe più questo il punto su cui riflettere. Il problema è che non si tratta, o per lo meno non solo, di questo.

Questa mattina su Repubblica Michela Murgia scrive che "deve cambiare il modo di raccontare le donne al vertice. Basta chiamarle con il nome proprio. Basta col chiamarle confidenzialmente con il nome proprio come fossero cresciute con noi. Anche definirle ‘ragazze' sui giornali è un modo subdolo per minimizzare l'autorevolezza del ruolo che si sono conquistate". Alla stessa stregua può essere considerato il titolare un articolo su Chiara Appendino chiamandola, ad esempio, "la neomamma che ha battuto Fassino". "Se vi sembra normale – scrive ancora Murgia – provate a immaginare Sala descritto come ‘il figlio unico pluridivorziato che a Milano ha fermato la Lega'". Il definirle "ragazze" o utilizzare un qualsivoglia altro appellativo che non sia strettamente legato alla loro carica nasconde una certo modo di pensare. Una cosa tipo: insomma, ricordiamoci sempre che sono donne. Ed è un atteggiamento trasversale, che a volte riguarda anche giornaliste di sesso femminile. Ma se in alcuni casi questo è in qualche modo celato, emerge invece con tutta chiarezza in alcuni esempi di giornalismo nostrano.

Il giorno dopo le elezioni, ad esempio, il giornale Il Tempo ha aperto sulla vittoria di Virginia Raggi titolando "Roma in bambola", pubblicando una sua foto su un corpo da Barbie. (Femmina, Barbie, che ridere, eh?)

Stamattina, invece, Libero parla di "Prova del fuoco per le ragazze", accostando al termine la domanda: "Ma saranno capaci?"

Se invece si tratta di stabilire le ragioni della vittoria delle due neoelette di Roma e Torino, essendo "ragazze", ad esempio si potrebbe andare a guardare nel loro armadio. In un articolo su Affari Italiani si legge che "Virginia Raggi primo sindaco donna 5 stelle di Roma sta cordialmente sulle scatole a molti perché parla chiaro, non si lascia intimidire, è solida ma anche molto poco sexy esattamente come Chiara Appendino, occhi intensi e look iper sobrio, altro che smalto semi permanente di Maria Elena Boschi, boccoli sempre inanellati manicure perfetta, presenzialista a tutto tondo fra politica e mondanità. Potrebbe essere proprio lo smalto rosso rubino della Boschi il colpevole della sconfitta renziana perché sì, tutte noi ci siamo chieste: ma come cavolo fa la ministra ad essere costantemente perfetta nel look o nel make up con tutto quello che ha da fare?". Insomma, il segreto del successo sarebbero "jeans camicia bianca mocassini e piega fatta in casa". Una riflessione, quella sul vestiario, fatta da molti sulle due "ragazze". Ho provato a fare una breve ricerca su Google alla voce "look De Magistris": purtroppo non esce niente.

Secondo un articolo pubblicato sul Messaggero, invece, l'elisir della vittoria di Raggi e Appendino starebbe nel far parte della "generazione Candy Candy", quella delle "trentenni cresciute – come i loro coetanei maschi – con i cartoni animati giapponesi": "Le nate alla fine degli anni ‘70 sono un interessante mix di sicurezza introiettata grazie all’esempio materno (Chelsea Clinton per dire ha una madre come Hillary) e rapida presa d’atto del fatto che, nei rapporti sentimentali, tocca a loro, alle ragazze Candy Candy, rappresentare il lato forte della coppia, a fronte di partner tormentati o almeno dolcemente complicati". Il succo è cioè che le donne vincono in politica perché devono fare gli "uomini" nei rapporti personali dove gli "uomini" non ci sono più.

Nella retorica delle "ragazze" si innesta perfettamente la lettera scritta dal marito di Virginia Raggi e a lei dedicata, pubblicata sul blog privato mentre ancora andava in onda la maratona di Mentana sui risultati elettorali.

Ciao!

Sei il primo sindaco donna della storia di Roma!

Ti rendi conto? Quello che ho sempre saputo si è realizzato

Che gioia e che emozione, ho pianto di felicità.

Molti giornali hanno definito il messaggio "commovente", altri, tirando in ballo una presunta o vera – poco importa – crisi coniugale tra i due, hanno parlato del povero ex marito ferito. A mio parere la lettera somiglia più una rivendicazione di appartenenza: "Quante volte ti ho detto che ti vedevo bene come sindaco e che ero sicuro che ce l’avresti fatta?" – vedi: "sei arrivata fin lì perché ti ho spinta io". Senza contare che la moglie in politica avrà sicuramente bisogno di protezione: "Sono 21 anni che ti conosco, ora per noi è un momento difficile è inutile nasconderlo, ma io  sarò sempre accanto a te. Cercherò di proteggerti il più possibile anche da lontano". Insomma, in tutto questo successo vuoi che non ci sia uno spazio per il marito?

Un articolo pubblicato su Libero prima delle elezioni del 5 giugno è riuscito a esprimere tutto lo sgomento nel vedere una donna protagonista della vita politica a scapito del compagno: "Lui passa il tempo a fare il tifo per lei, senza se e senza ma. Lei si racconta. Anche nella vita privata, e non cita mai lui. Narra del figlio, e sembra sia nato sotto un cavolo, perché il padre non viene citato mai. Sta nell'ombra, assediato dai paparazzi che cercano lei. Scherza, sopporta"Senza contare che il marito di Virginia Raggi "sgobba tutti i giorni, appena può si carica il figlio sul sellino e sgambando lo porta in giro per Roma", concedendo, quindi, a una donna di conciliare casa e politica e per questo diventando "il vero eroe segreto della campagna elettorale di Roma". E qualche rilevanza ce l'ha anche il compagno di Appendino, visto che ad esempio L'Espresso ci tiene a precisare che "da un contatto del marito esce lo stage di Chiara alla Juventus".

Le ragioni della vittoria delle due candidate del Movimento 5 stelle, secondo l'intervento sul FattoQuotidiano di Pietrangelo Buttafuoco, infine, starebbero nel fatto "le ragazze hanno uno stile che i ragazzi, de-virilizzati, se lo sognano". Nell'articolo, anzi, si sostiene che "sta diventando un' abitudine vincere facile alle elezioni lanciando giovani donne in grado di sbaragliare gli avversari", perché "la battaglia politica futura" sarà "solo un regolamento di conti tra ragazze".

Al di là di valutazioni sulle singole persone, sul Movimento 5 stelle e sulle reali ragioni di questa vittoria – che a parer mio vanno ricercate altrove -, una donna alla guida di una grande città può essere un segnale positivo. Ma il contesto in cui questo sta avvenendo è davvero scoraggiante.