
Ci sono tante cose di cui parlare, a proposito delle prime parole che Giorgia Meloni, nella conferenza stampa di inizio 2026, a quasi un anno di distanza dall’inizio di questa storia, ha speso sul caso Paragon. Però, a questo giro, permettetemi di concentrare l’attenzione su un piccolo passaggio che merita una risposta articolata.
Dall’inizio di questa vicenda ho chiesto al governo di aiutarmi a scoprire chi è stato. È stata sempre la mia prima domanda e mi è sembrato giusto porre la stessa domanda, a distanza di un anno, nella prima occasione utile in cui ho avuto l’opportunità di porla.
A questa domanda il governo non ha mi dato risposta.
Né personalmente, né pubblicamente, né coi fatti.
Al contrario, ha inanellato, mese dopo mese una serie francamente impressionante di silenzi, omissioni, retromarcia e bugie.
Le metto in fila, per l’ennesima volta.
Si è dimenticato di dire che era cliente di Paragon.
Una volta che qualcuno l’ha scoperto, ha detto che i contratti erano regolarmente in essere e non c’erano state violazioni.
Una volta che Paragon ha detto che i contratti con l’Italia erano stati rescissi unilateralmente, a causa di violazioni nei termini d’uso, ha detto che la decisione era stata consensuale.
E una volta che Paragon ha ribadito la sua versione, dicendo che quella rescissione era avvenuta a causa del fatto che il governo non aveva accolto l’offerta di aiuto nello scoprire chi aveva spiato i giornalisti, si è trincerato nel silenzio più assoluto.
Silenzio che è proseguito quando si è scoperto che anche il nostro collega Ciro Pellegrino era stato spiato, spionaggio per cui c’è stata anche conferma forense del riuscito hackeraggio, e quindi dell’esistenza di un cluster di giornalisti di Fanpage sotto osservazione. E poi con lui anche Roberto D’Agostino di Dagospia. E con loro anche il comunicatore politico vicino all’opposizione Francesco Nicodemo. E con loro anche editori e manager finanziari.
Non solo.
Quando la commissione Libe del Parlamento Europeo ha chiesto che fossimo auditi io e Ciro Pellegrino, il partito europeo di Giorgia Meloni ha fatto in modo che ciò non avvenisse.
E quando il senatore Matteo Renzi ha per due volte chiesto alla presidente del Consiglio del caso Paragon, in Parlamento, Giorgia Meloni si è rifiutata di rispondere, bollando la vicenda come“questione da campagna elettorale” e la domanda di Renzi come “pubblicità per il suo libro”.
Spiacenti, quindi.
Ma questo non è aiutare un cittadino italiano a scoprire chi l’ha spiato.
Non è fare il possibile affinché la verità venga a galla
E di fronte a questa inazione – o peggio: di fronte a questo tentativo di insabbiare il caso – noi non potevamo stare in silenzio.
Ma questo non è accusare qualcuno di averci spiato. Semmai, questo è accusare qualcuno di non aver fatto niente di quel che poteva fare per aiutarci a scoprirlo.
Che Meloni non l’abbia fatto perché ce l’ha con noi per le inchieste che abbiamo realizzato, perché è un caso che la imbarazza, perché ci sono fili che è meglio non toccare, non ci riguarda. È un problema suo.
Quel che continuiamo a rimarcare è che quando vengono spiati illegalmente giornalisti, comunicatori politici, editori, imprenditori, manager esposti politicamente, questo sì, è un problema anche suo.
Quindi, a distanza di un anno, continuiamo a fare con forza la stessa domanda: aiutateci a scoprire chi è stato.
E continueremo a non stare zitti fino a che tutto questo non avverrà, e non verrà fatta piena luce su questo scandalo.