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Opinioni

Il vero problema di Giorgia Meloni è che ha fatto male i conti e ora non ci sono più soldi

Il destino di Giorgia Meloni è appeso a 678 milioni di euro, tre decimali di PIL. Quelli che le servono per uscire dalla procedura d’infrazione e avere i soldi per rilanciare l’azione del suo governo. Se non li trova, sarà una lenta agonia fino al voto.
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Le parole più importanti ieri al Parlamento non le ha dette Giorgia Meloni, ma il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti. Ha detto che la crisi energetica rallenterà le stime di crescita. Ha detto che anche per questo motivo il deficit rispetto al PIL è pari al 3,07%. E che per arrivare al fatidico 3,04% che consentirebbe all’Italia di rientrare dalla procedura d’infrazione, mancano 678 milioni di euro. 

Ha detto anche, Giorgetti, che "crede nei miracoli", bontà sua, e che il governo ha circa un mese per venire a capo del problema. Dovesse farcela, potremmo aumentare il budget sulla difesa fino al 3% del PIL come abbiamo promesso a Donald Trump, senza  gravare sui bilanci pubblici – e quindi senza fare nuovo debito a tassi italiani, o senza alzare le tasse, o senza tagliare la spesa sociale – grazie al piano di riarmo europeo.

Non dovessimo farcela, invece, quel poco di soldi che abbiamo da spendere, se ne andrebbe in buona parte in armamenti, anziché in scuola, sanità, pensioni, crescita, nell’ordine che volete voi.

C’è poco da fare i romantici, e molto da fare i contabili: il destino della legislatura passa da qui, da quanto saranno bravi i ragionieri del ministero dell’economia e delle finanze, o da quanto saranno zelanti e indipendenti dalle pressioni politiche gli statistici dell’Istat. Se ci sono i soldi, Giorgia Meloni potrà provare a invertire la rotta decadente della sua parabola di governo. Altrimenti, sarà solo una lenta agonia fino al voto.

Lei stessa ne è consapevole del resto, visto che ieri a Camera e Senato ha rivendicato molto l’azione del governo finora, e ha detto molto poco sul futuro. Perché sa benissimo che per parlare di futuro servono soldi che, per ora, non ha. 

A dire il vero, l’unico momento di verità in ore di chiacchiere è stato quando ha detto che se la crisi dovesse perdurare e peggiorare, l’Unione Europea dovrebbe derogare dal Patto di Stabilità, consentendo ai governi del continente – cioè, a lei – di spendere quel che vogliono, senza alcun vincolo. Cosa che potrebbe succedere, paradossalmente, solo se saltassero le trattative tra Usa e Iran, tra un paio di settimane. Solo se, cioè, la crisi globale diventasse talmente grave da far saltare tutto.

Di fatto, il destino di Giorgia Meloni e del suo governo è nelle mani di ragionieri italiani e negoziatori pakistani, e di quel che combineranno nelle prossime due settimane. Non esattamente il finale che avrebbe sognato, Giorgia Meloni. Ma forse, dopo aver buttato miliardi in progetti senza senso come i centri per migranti in Albania, è il finale che si merita.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it e membro del board of directors dell'European Journalism Centre. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro.15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019) e"Nel continente nero, la destra alla conquista dell'Europa" (Rizzoli, 2024). Il suo ultimo libro è "Il nemico dentro. Caso Paragon, spie e metodi da regime nell'Italia di Giorgia Meloni" (Rizzoli, 2025)
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