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Il nome di Trentini è in una lista di detenuti da liberare. Il compagno di carcere: “Ci torturavano”

La scarcerazione di Alberto Trentini potrebbe essere più vicina. Il nome del cooperante veneziano compare in una lista di prigionieri, detenuti al Rodeo, da liberare. L’ex compagno di prigione racconta le violenze e le torture: “Quando è arrivato, Alberto era sconvolto. Io e lui avevamo attacchi di ansia”.
A cura di Annalisa Cangemi
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Ci sono speranze concrete per la liberazione di Alberto Trentini, l'operatore umanitario italiano in carcere in Venezuela dal 15 novembre 2024, senza accuse formali e senza una condanna. A breve, questione di ore o di giorni, potrebbe arrivare una svolta: come riporta la Repubblica, il nome di Trentini risulta nella lista dei prigionieri che il governo venezuelano intende rilasciare. diplomazia e intelligence stanno portando avanti trattative, su più tavoli, per riportare a casa il cooperante veneziano detenuto in Venezuela da 422 giorni, e il commercialista torinese Mario Burlò, il cui legale Maurizio Basile ieri ha parlato di "questione di ore"

Dopo il blitz Usa la scorsa settimana a Caracas, che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Maduro, Jorge Rodriguez, presidente del Parlamento e fratello della neo presidente venezuelana, Delcy Rodriguez, aveva annunciato giovedì che un "numero significativo di persone" sarebbe stato rilasciato, venezuelani e stranieri, per aprire una nuova fase di pacificazione del Paese. Tra i primi a uscire, gli italiani Luigi Gasperin e Biagio Pilieri. E sono ore di attesa anche per un altro detenuto italiano, il commercialista torinese Mario Burlò, il cui legale Maurizio Basile ieri ha parlato di "questione di ore". Detenuto dal novembre 2024, proprio ieri mattina avrebbe dovuto partecipare in videocollegamento al processo in Italia in cui è imputato per associazione per delinquere finalizzata a reati fiscali.

Nel caso di Trentini, il sottosegretario agli Esteri Giorgio Silli, che sta seguendo il dossier, si è detto "moderatamente ottimista", aggiungendo che "ogni giorni è buono".

Come scrive Giuliano Foschini, quando sono stati liberati ieri i primi prigionieri reclusi nel carcere di El Rodeo, lo stesso in cui si trova Trentini, il nome del cooperante non compariva. È stato inserito però in un secondo elenco, su cui ora si stanno concentrando le trattative.

La presidente del Consiglio Meloni, durante la conferenza stampa di inizio anno, ha risposto a una domanda sulla liberazione di Alberto Trentini, sottolineando "il governo italiano si occupa di questa vicenda quotidianamente da 400 giorni, mobilitando tutti i canali politici, diplomatici e di intelligence: non smetteremo di occuparci di questa vicenda fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio". Un segnale distensivo che ha sicuramente migliorato le relazioni è avvenuto con il riconoscimento ufficiale che prima Meloni e poi Tajani hanno concesso a Rodriguez: "Seguo con attenzione la situazione in Venezuela e auspico che con la presidente Delcy Rodríguez si apra una nuova stagione di relazioni costruttive fra Roma e Caracas – ha detto Meloni venerdì  In tal senso esprimo gratitudine per la scelta di avviare la liberazione di detenuti politici, fra i quali anche italiani, e spero vivamente che questo percorso prosegua con ulteriori passi nella medesima direzione".

La testimonianza del compagno di detenzione di Trentini

Il 35enne Iván Colmenares García, avvocato e attivista dei diritti umani, è stato intervistato da Fabio Tonacci per la Repubblica. È stato nel carcere El Rodeo, insieme ad Alberto Trentini, e ora si trova a casa dal 24 ottobre, rilasciato senza una spiegazione: "Mi hanno ammanettato, messo il cappuccio, e dopo 20 ore di trasferimento mi sono ritrovato a Villa del Rosario. È stato il giorno più bello e anche il più brutto, io uscivo mentre Alberto e Mario rimanevano dentro. Non li ho potuti salutare",

La sua cella era a pochi metri da quella del cooperante veneziano, mentre il suo compagno di cella era Mario Burlò: "È stato come un padre per me, abbiamo pianto insieme", racconta. Con Trentini invece avevano escogitato un modo per passare il tempo: avevano improvvisato degli scacchi con carta igienica e sapone.

Al Rodeo, dice Iván Colmenares García, "si sta sempre in cella, tranne un'ora al giorno per andare a vedere il corridoio esterno dove si vede il cielo". L'ex detenuto parla di celle di quattro metri per due, come "freezer" in inverno e "forni" in estate, piene di zanzare. Mentre "il bagno è un buco per terra, sporco di feci e infestato di scarafaggi". Per il cibo viene distribuita solo una focaccia di mais a colazione, pranzo e cena.

Dice che l'ultima volta che ha visto Trentini e Burlò, i due erano molto dimagriti. "Quando è arrivato, Alberto era sconvolto. Io e lui avevamo attacchi di ansia, per cui il servizio infermeria ci dava delle pillole di Sertralina (un antidepressivo ndr). Mario è più bilanciato, riusciva a rimanere calmo".

Alberto Trentini "era preoccupato per la famiglia in Italia, per sua madre Armanda che è anziana. È un pensiero che tormenta, sapere che i tuoi cari non sanno se sei vivo o morto. Dopo sette mesi ti concedono una chiamata. Mario ha aspettato dieci mesi perché la prima volta non si ricordava i numeri di telefono", riferisce.

I detenuti al Rodeo subiscono maltrattamenti, spostamenti frequenti da una cella all'altra: "Le guardie spostano di continuo i detenuti da una cella all'altra – prosegue nel racconto – Durante i trasferimenti sono violente, buttano a terra o contro i muri, colpiscono col calcio del fucile".

Ma la cosa peggiore è "la tortura bianca": "Trasmettono la propaganda chavista. Il martedì il programma di Maduro, il giovedì "El mazo dando", la trasmissione del ministro Diosdado Cabello, quattro ore di sofferenza a sentir ridere Cabello, il venerdì ci facevano ascoltare  "El turco alimaña" e il sabato ci finivano con "Aló Presidente" di Hugo Chavez".

Secondo la testimonianza, Alberto Trentini "sa di essere un prigioniero politico, una pedina di scambio". Iván Colmenares García dice che per il regime i loro sono "profili perfetti per negoziare la liberazione con i governi stranieri e ottenere qualcosa".

Terza notte di veglia per i familiari dei detenuti in Venezuela

Da tre giorni i familiari dei prigionieri politici hanno organizzato veglie fuori da diverse carceri, in attesa della liberazione dei loro congiunti. Circa venti persone si sono radunate fuori dalla prigione Rodeo I, a trenta chilometri da Caracas, dove hanno pregato insieme. Aurora Silva, moglie dell'ex deputato Freddy Superlano, ha invitato tutti a non "perdere la fiducia". Questi, ha detto, "sono tempi difficili, sì, di ansia e incertezza, ma abbiamo fiducia che questo finirà molto presto".

Una piccola folla anche nei pressi dell'Helicoide, sede del Servizio di Intelligence Bolivariano (Sebin), dove sono state accese candele. Ieri sono state rilasciate almeno otto persone, tra cui Virgilio Laverde, coordinatore giovanile del partito Vente Venezuela (VV), guidato dalla Premio Nobel per la Pace Maria Corina Machado, Didelis Raquel Corredor, assistente dell'attivista dell'opposizione Roland Carreno ancora detenuto, e Yanny Esther Gonzalez Teran, presidente della scuola infermiere professionali dello stato di Barinas. L'Ong Clipp ha invece denunciato la morte in custodia di Edison José Torres Fernández, un agente di polizia di 52 anni dello stato occidentale di Portuguesa, detenuto da dicembre.

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