Il successo personale di Matteo Renzi è tanto netto da risultare finanche eccessivo, quasi paradossale per quanti hanno vissuto giorno dopo giorno questa campagna elettorale. È un successo straordinariamente importante perché cade in quello che sembrava essere il momento più difficile per la politica italiana "tradizionale", reduce dal trauma delle politiche del 2013 e incapace di gestire con tranquillità la fase tumultuosa delle "larghe – medie intese" con l'assetto determinato dalle urne. E questa vittoria è in effetti frutto della scelta, contestatissima (anche da chi scrive, per ragioni di merito e metodo), di pensionare Letta e di prendere le redini del Governo. In questo modo Renzi è riuscito nell'operazione, rischiosissima ma decisamente efficace dal punto di vista del ritorno in termini di consenso elettorale, di sovrapporre partito e Governo, legando il destino del partito all'efficacia dei provvedimenti di Governo, sussumendo le istanze degli elettori democratici nella sua figura e allo stesso tempo riempiendo quella voragine politica apertasi al centro. Una scommessa rischiosa, non c'è alcun dubbio, ma accompagnata da una serie di scelte comunicative e politiche che hanno cambiato il senso stesso dello scontro.

Renzi è tornato nelle piazze, chiamando a raccolta i militanti democratici e spostando l'asse dello scontro dai salotti televisivi alle piazze reali e virtuali. Si è riformata una comunità attiva, anche grazie alla scoperta del nemico comune: quel "fantasma a 5 Stelle", non più visto come un "potenziale alleato" (ricordate Bersani?) ma come il reale avversario politico ed ideologico. Grazie al traino di alcuni provvedimenti del Governo (ad hoc o meno poco importa, sinceramente), la comunicazione del Pd è stata efficace e, forse per la prima volta, "result oriented". La rete di relazioni tessuta ed alimentata da Renzi ha poi fatto il resto, come evidentissimo dal boom del Pd al Nord Italia (dove ha fagocitato tutti i voti in uscita da Forza Italia, altro segnale da tenere in grandissima considerazione). E, infine, Renzi ha travolto Grillo nello scontro personale.

Ecco, Grillo. Da Messia a principale accusato di quello che sembra un flop clamoroso. Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha messo tutto se stesso in una campagna elettorale che sembrava destinata a ripetere i fasti dello Tsunami Tour. Ma a conti fatti non ha convinto gli italiani che già non lo avevano votato, non ha portato folle alle urne e non ha recuperato quei voti persi all'indomani dalla crisi di Governo di marzo (ricordate la questione dell'alleanza con Bersani, vero?). Eppure, a parere di chi scrive, il fuoco amico di queste ore e le tante critiche ricevute dall'interno sembrano davvero ingenerose. Certo, Grillo ha alzato i toni fino all'inverosimile, parlando alla pancia dell'elettorato e abbassando sempre più il limite dell'asticella del politicamente corretto, umanamente accettabile. Certo, il processo di trasposizione degli insulti, dal blog alla rete, ai gruppi di militanti e alle piazze, non avrà aiutato quel processo di "apertura" a nuove fasce di elettorato che è il vero limite del Movimento. Certo, spesso Grillo è sembrato ripetitivo e paradossalmente sovraesposto. Certo, i limiti della proposta politica grillina non sono mai stati così evidenti (pensiamo al "referendum sull'euro", sul quale si è insistito pur ammettendone l'incostituzionalità; al reddito di cittadinanza dalle coperture "oscure"; all'insistere sulla restituzione della diaria, a fronte di un Governo che muove 10 miliardi di euro con il bonus Irpef, ad esempio). Certo, la raffigurazione di due mondi in lotta fra loro, da una parte gli onesti, dall'altra i mafiosi, i disonesti, i collusi, non deve aver rassicurato "gli italiani" e deve essere sembrata ingiusta agli occhi di chi in quel "mondo" ha sempre vissuto e magari crede che tutto sommato sia possibile pensarla diversamente, senza per questo essere mafiosi, servi delle banche eccetera. Certo, il giocare uno contro uno, Grillo vs Renzi, non ha pagato, è evidente.

Ma cadere dalle nuvole adesso è un po' ridicolo. Questo è Grillo, questa è la sua idea di Movimento e questa è la sua forza. E una critica "result oriented" è quanto di più assurdo possa esserci, soprattutto per una formazione politica nata e cresciuta con l'ombra dell'uomo forte e con la "tensione", mai concretizzatasi sul serio, al rizoma (ci scuserete se citiamo Favia). Ha in effetti poco senso parlare ora, ma molto in prospettiva, del poco spazio dato a candidati peraltro poco conosciuti (certo, scelti in Rete, ma con una base molto ristretta), così come della necessità di una seria e nuova elaborazione programmatica che vada oltre la retorica anticasta e la propaganda spicciola. Se c'è da imparare qualcosa da questa sconfitta è che un progetto come quello a 5 Stelle naufraga proprio se non si apre, se delega ad un singolo (a Grillo, in questo caso), se alza steccati invece di abbatterli. E ora sarebbe tragicomico processare un generale mandato a combattere da solo per scelta delle sue truppe. Ma, del resto, abbandonare la nave che affonda (ammesso che affondi) è un costume tipico italiano. Ecco, appunto.