Opinioni

Il massacro delle Foibe: la verità è l’unico modo che abbiamo per restare umani

Il contesto storico non serve a giustificare, ma a capire. Capire è l’unico modo che abbiamo per rispettare davvero le vittime. Il regime fascista, attraverso la violenza, gli omicidi e le deportanzioni di slavi e croati nei campi di concentramento italiani, tenta di prendere possesso di terre jugoslave dove gli italiani erano minoranza. È in questo contesto che anche per reazione nascerà quella che verrà chiamata la tragedie delle ‘foibe’, che tragedia ingiustificabile fu veramente.
A cura di Saverio Tommasi
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Foibe: le fosse della morte
Foibe: le fosse della morte

Raccontare l’orrore delle foibe è difficile ed è rischioso: è come entrare in un antro spaventoso e sapere che quello che servirà più di ogni altra cosa si chiama lucidità.

Il 10 febbraio in Italia è il Giorno del Ricordo, ma succede ogni anno una cosa precisa: la memoria diventa una campo di battaglia, con il rischio di fare una cosa molto grave: usare le vittime come un vessillo politico. Con questo video voglio provare a restituire alle persone la loro dignità, fuori dal tifo e dentro la Storia. Per riuscirci, dobbiamo fare una cosa: inserire i fatti nel loro contesto.

Cosa sono le foibe
Partiamo da una parola: foibe. Le foibe sono delle voragini tipiche della regione carsica. Non sono grotte: sono come delle grandi bocche spalancate nella terra. Nella penisola dell’Istria ce ne sono tantissime: circa 1700. Per secoli sono state inghiottitoi naturali in cui hanno gettato rifiuti, carcasse di animali e scarti di ogni tipo. Poi con la guerra non ci venne più gettato dentro soltanto qualcosa, ma qualcuno: esseri umani venivano uccisi e buttati lì dentro. Ma come si è arrivati a trasformare le foibe in uno strumento per occultare gli omicidi?

La questione istriano-dalmata
Per capire il fumo, dobbiamo guardare l’incendio. Siamo all’inizio del ‘900: i confini in quelle zone erano già stati oggetto di conflitto, e durante la Storia si erano già modificati molte volte. Il 26 aprile 1915, con il Patto di Londra, l’Italia si schiera al fianco di Regno Unito, Francia e Russia durante la Prima guerra mondiale in cambio di una promessa: quella di ottenere, in caso di vittoria, alcuni territori. Tra questi ci sono l’intera Venezia Giulia e le regioni dell’Istria e della Dalmazia, lungo la costa dell’Adriatico. L’Italia voleva questi territori da decenni e per un motivo preciso: lì ci vivevano persone di lingua italiana. Ma il dato che spesso sparisce è una realtà demografica molto più complessa: gli italiani ci abitavano ma erano una minoranza rispetto alla popolazione slava. Ed erano perlopiù esponenti della classe dirigente, mentre era slava tutto il resto della popolazione più povera e rurale, che viveva nell’entroterra. Dopo la guerra quella promessa di territori non si realizza come molti si aspettavano: alla conferenza di pace di Parigi l’Italia deve restituire parte delle terre al nuovo Stato jugoslavo, e ad una certa fetta dell’opinione pubblica italiana la cosa non va giù. Si comincia a parlare di “vittoria mutilata” e inizia a crescere un risentimento pesantissimo verso la popolazione slava. E qui vi faccio una domanda: quando un Paese trasforma una frustrazione collettiva in “odio” verso gli altri, cosa sta facendo? Sta preparando il terreno per scelte violente.

Il fascismo di confine
Arriva il fascismo. I crimini e i soprusi commessi dai fascisti in Italia li conosciamo bene. Ma conosciamo poco, anzi conosciamo ma si racconta troppo poco, cosa accadeva nei territori di confine, che l’Italia controllava militarmente. Anni prima delle leggi razziali, il “fascismo di confine” – è così che viene chiamato – rappresenta a tutti gli effetti un laboratorio di repressione e disumanizzazione, un perfetto anticipo di quello che verrà dopo.

Con la Riforma Gentile del 1923, viene abolito l'insegnamento delle lingue croata e slovena in tutte le scuole. Gli insegnanti vengono sostituiti con personale proveniente dal resto d’Italia. “Insegnanti”, come la camicia nera Ugo Sottosanti, che sputa in bocca ai ragazzi che parlano croato o sloveno. Nello stesso periodo viene imposta l'italianizzazione forzata dei nomi delle città – anche di quelle dove italiani non ce ne erano. Qualche tempo dopo è la volta dei cognomi: molte famiglie di origine slava sono obbligate a italianizzare il loro cognome, pena l'esclusione dai pubblici impieghi e dai diritti civili. L’obiettivo è chiaro: il fascismo vuole assimilarli attraverso la negazione sistematica della loro lingua e della loro cultura.

Con l’inizio della Seconda guerra mondiale la repressione fascista raggiunge l’apice. L’Italia occupa e annette la provincia di Lubiana, la Dalmazia e parte del Montenegro, imponendo un regime di occupazione brutale per contrastare il movimento partigiano guidato da Tito. La famosa “circolare 3C” del generale Mario Roatta autorizza rappresaglie indiscriminate: gli ostaggi vengono fucilati, i villaggi incendiati e migliaia di civili sloveni e croati vengono deportati nei campi di concentramento italiani, come Arbe e Gonars, dove muoiono per fame e malattie. Questo contesto spesso viene omesso quando si parla delle foibe. Non si racconta di uno Stato italiano che usa la violenza e l’umiliazione come metodo.
Attenzione, sia chiaro: dicendo questo io non sto “giustificando” quello che accadrà dopo. L’intenzione di questo racconto è impedire che la storia venga tagliata a fette, scegliendo di raccontare solo quello che fa più comodo. È più complesso guardarsi intorno, ma non c’è un altro modo per raccontare la Storia.

La prima ondata dell’autunno 1943
Arriviamo all’8 settembre 1943, quando viene annunciato l'armistizio tra l’Italia e gli Alleati. L’Italia fascista crolla, l’esercito Regio collassa e quelle terre di confine diventano il caos. I tedeschi, appena traditi, occupano le maggiori città della regione, mentre i partigiani e i contadini croati assumono il controllo della parte interna dell’Istria. In questo vuoto di potere la rabbia accumulata in vent’anni esplode tutta insieme. I contadini e i partigiani iniziano a colpire chiunque rappresentasse l’oppressione italiana. Si verifica così la prima ondata di massacri, quella delle "foibe istriane".

Quella violenza non fu solo un fatto militare: alla rappresaglia si sommarono infatti anche le rivendicazioni di classe e i rancori che il fascismo di confine aveva esasperato. E la vendetta non guarda in faccia nessuno. Così, in quelle buche della morte, nelle foibe, insieme ai gerarchi fascisti ci finiscono anche i loro familiari, insieme a diversi esponenti della nobiltà italiana. Persone che non avevano colpe dirette, se non quella di essere il simbolo di quell'oppressione ventennale. Le stime più accreditate parlano di 500-700 persone uccise e gettate nelle foibe nell’autunno del 1943. Dobbiamo dirlo: la vendetta è la sconfitta della giustizia. Dobbiamo condannare i crimini del fascismo e, allo stesso tempo, dire che uccidere una persona soltanto perché imparentata o sospettata, e gettare poi il suo corpo in una crepa del terreno, in una foiba, è un atto barbaro che non ha alcuna giustificazione ideologica. C’è un caso divenuto emblematico, quello di Norma Cossetto, figlia di un dirigente fascista, uccisa e gettata nella foiba di Villa Surani. La destra ne ha fatto un caso mediatico, elevandola a simbolo, con prove non ritenute sufficienti in ambito storico. Quello che risulta provato è che Norma Cossetto è esistita ed è stata sequestrata, uccisa e gettata in una foiba. A noi tanto deve bastare per una condanna.

La prima ondata di massacri si interrompe quando l’esercito nazista prende il controllo della zona. Le truppe tedesche trovano la collaborazione di vari corpi militari italiani, che meditano una nuova rappresaglia. La cosiddetta “Operazione Nubifragio” porta alla morte di circa 2500 persone tra partigiani e civili istriani, ma anche al momento più buio della persecuzione nazista in Friuli-Venezia Giulia. A Trieste, la Risiera di San Sabba viene convertita a lager nazista, con tanto di forno crematorio, e contribuisce alla deportazione di più di 1450 persone ebraiche. È importante dire anche questo, perché ancora una volta se guardi solo un pezzo, perdi l’intera cornice di violenza che schiaccia quella terra da più lati e in più momenti.

La seconda ondata del maggio 1945
Si arriva così alla primavera del 1945. La sconfitta dell’esercito tedesco riporta la regione sotto il controllo dei partigiani di Tito, che questa volta hanno un piano preciso. Durante i cosiddetti "quaranta giorni" dell’occupazione di Trieste, Gorizia e Fiume, l’OZNA (cioè il servizio segreto militare jugoslavo) avvia un'operazione di epurazione preventiva degli italiani rimasti da questa parte del confine.

Lo scopo di Tito è di consolidare l'appartenenza di questa regione alla nuova Jugoslavia comunista, eliminando chiunque fosse percepito come un ostacolo: non solo dunque i fascisti, ma anche i partigiani italiani che volevano l’Istria italiana, i preti, i maestri, la gente comune. Lo fanno tramite esecuzioni sommarie, deportazioni e una nuova, terribile, ondata di infoibamenti, che portarono alla morte di circa 5000 persone, secondo le stime medie storiche più accreditate. La conformazione delle foibe ha poi reso complesso il recupero dei corpi, aprendo così la strada a diverse speculazioni nel corso del tempo.

L’epilogo e l’esodo istriano-dalmata
Con gli accordi diplomatici successivi alla fine del conflitto, le truppe di Tito si ritirarono dai territori italiani che avevano occupato, chiudendo così la fase più sanguinosa. L’epilogo della storia si ebbe qualche anno più tardi, con l’esodo giuliano-dalmata. Tra i 250mila e i 350 mila italiani furono spinti – o più spesso sentirono di doverlo fare – ad abbandonare per sempre l’Istria, il Quarnero e la Dalmazia negli anni immediatamente successivi alla guerra: famiglie che lasciarono tutto, anche loro vittime collaterali di quell’odio che aveva dilaniato la loro terra. Gente che, arrivata in Italia, trovò anche chi li guardava male, come se davvero fossero stati tutti fascisti. E invece no! Al porto di Ancona o alla stazione di Bologna ci fu chi impedì di dare il latte ai bambini sui treni dei profughi. È stata una doppia tragedia: prima perseguitati in casa propria, poi umiliati nella propria terra natia. Il 10 febbraio serve a ricordare anche loro.

Lo ripeto: il contesto storico non serve a giustificare, ma a capire. Capire è l’unico modo che abbiamo per rispettare davvero le vittime. La Storia non è una partita dove se segno un gol io, ne devi segnare uno tu. Non esiste pareggio, e non si vince in base agli aggettivi qualificativi che si usano, ma a seconda della capacità di raccontare la Storia senza omissioni. Il 10 febbraio serve quindi a chiederci: da che parte stiamo oggi? Stiamo dalla parte di chi usa la memoria per odiare ancora, o dalla parte di chi studia il passato per capirlo e non ripeterlo? La storia non è una gara a chi urla di più, ma è una responsabilità, e la verità è l’unico modo che abbiamo per restare umani.

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Sono giornalista e video reporter. Realizzo reportage e documentari in forma breve, in Italia e all'estero. Scrivo libri, quando capita. Il più recente è "Siate ribelli. Praticate gentilezza". Ho sposato Fanpage.it, ed è un matrimonio felice. Racconto storie di umanità varia, mi piace incrociare le fragilità umane, senza pietismo e ribaltando il tavolo degli stereotipi. Per farlo uso le parole e le immagini. Mi nutro di video e respiro. Tutti i miei video li trovate sul canale Youmedia personale.
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