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Opinioni

Il governo incolpa la sinistra degli scontri a Torino, ma dimentica tutta la violenza della destra

Da Meloni a Piantedosi, da La Russa a Vespa, i commenti sugli scontri di Torino segnano uno scatto nella propaganda di governo. È una retorica che funziona tramite una rimozione sistematica: anche negli ultimi vent’anni, i crimini politici sono arrivati solo dalla destra estrema, che ha sempre avuto la violenza come metodo e ideologia.
A cura di Roberta Covelli
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Che la cronaca degli scontri oscuri le ragioni delle proteste è un copione già visto. Stavolta però, dopo la manifestazione di Torino contro lo sgombero di Askatasuna, la reazione è diversa, più inquietante, e segna uno scatto nella propaganda del governo.

Il cambio di passo lo ha impresso direttamente Giorgia Meloni. La Presidente del Consiglio non si è limitata a esprimere solidarietà alle forze dell’ordine: si è spinta a qualificare penalmente fatti ancora oggetto di accertamento, evocando il reato di "tentato omicidio". Le fanno eco ministri, politici e commentatori pronti a spostare il piano dal conflitto sociale al terrorismo: Piantedosi accusa i manifestanti di aver coperto i violenti; La Russa parla di una "decisione preventiva di attaccare lo Stato colpendo la polizia"; Bruno Vespa pretende una dissociazione da Angelo Bonelli, chiamandolo in causa come responsabile morale degli scontri.

È un’operazione retorica che prova a trasformare poche centinaia di antagonisti, dentro cortei da decine di migliaia di persone, nel volto politico dell’opposizione. E che per funzionare ha bisogno di una rimozione sistematica: quella della storia, anche recente, della violenza politica in Italia.

Da Focene a Firenze: l’estrema destra che uccide

Vent'anni fa era il 2006, l'estate dei mondiali. Il 27 agosto, a Focene, viene ucciso a coltellate Renato Biagetti, ventisei anni. I fendenti arrivano da due giovani uomini, 17 e 19 anni, croce celtica sul braccio di uno dei due e l’intenzione di cacciare gli "alternativi" dalla loro città.

Due anni dopo, 2008, Verona. Nicola Tommasoli viene picchiato da cinque neofascisti, morirà dopo quattro giorni di agonia, senza mai riprendere conoscenza.

Firenze, piazza Dalmazia, 13 dicembre 2011: colpi di pistola in pieno centro uccidono Samb Modou e Diop Mor, e colpiscono anche Sougou Mor, Mbenghe Cheike, Moustapha Dieng. A sparare è Gianluca Casseri, attivista di Casapound, che alla fine della fuga girerà l’arma contro di sé, suicidandosi.

E ancora, nel 2016, a Fermo, nelle Marche: Emmanuel Chidi Namdi viene ucciso da Amedeo Mancini, ultrà fascista.

Stessa regione, due anni dopo, un uomo con un tricolore sulle spalle e inequivocabili simboli fascisti sulla pelle semina il panico nel centro di Macerata, sparando colpi di pistola contro le persone dalla pelle nera: ne ferisce sei. Spara anche contro la sede del Partito Democratico. Viene arrestato davanti al monumento ai caduti, dinanzi al quale esibisce il saluto romano e urla "Viva l’Italia!": è Luca Traini, l’anno prima si era candidato con la Lega alle comunali.

La violenza come metodo e ideologia

Questi episodi non sono soltanto una sequenza di fatti di cronaca. Sono l’espressione più estrema di una cultura politica che in Italia ha avuto nomi, strutture, sedi, dirigenti, e che non ha mai fatto davvero i conti con la propria storia. È qui che la violenza smette di essere iniziativa isolata e diventa ideologica.

La violenza dell’estrema destra non è un incidente di percorso: è la traduzione coerente di un’ideologia che vive di nemici, di supremazia e che concepisce il conflitto non come elemento fisiologico della democrazia, ma come una minaccia da neutralizzare. È su questo terreno che cade la retorica degli "opposti estremismi", un’espressione utile solo a ridurre la politica a un problema di ordine pubblico.

Se la violenza va sempre condannata quando nega la dignità dell’altro, non si può ignorare che non tutta la violenza abbia la stessa genesi. Da una parte c'è quella che esplode come degenerazione del conflitto sociale: un cortocircuito di rabbia nelle piazze. Dall'altra c'è una violenza che è metodo politico e identità: una forza che nasce da un’ideologia che pianifica l'eliminazione del diverso o che uccide per strategia, per terrore, per picconare la democrazia, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, dall’Italicus a piazza della Loggia. Ed è questo il passato dell'attuale classe dirigente che oggi impone una legittimazione democratica revisionista.

L’eredità della fiamma, dalla difesa della razza all’eversione

Il Movimento Sociale Italiano non fu soltanto un contenitore di nostalgie, ma il luogo in cui la cultura politica fascista cercò continuità. In risposta a Fanpage, Giorgia Meloni definì l’MSI come il partito che avrebbe avuto il merito di "traghettare verso la democrazia milioni di italiani che erano usciti sconfitti dalla guerra". Ma quella traversata non è mai passata da una rottura netta con il fascismo. Giorgio Almirante non fu soltanto attivo sostenitore del fascismo di Mussolini, dalla Difesa della razza, rivista di cui era redattore, al collaborazionismo coi nazisti durante la Repubblica di Salò: proseguì il suo impegno fascista in democrazia, contro la democrazia. I suoi rapporti documentati con ambienti dell’eversione nera raccontano una continuità inquietante tra rappresentanza politica e disponibilità a sospendere diritti e sicurezza per silenziare il conflitto.

Quella storia non è mai stata archiviata. Vive nella fiamma che ancora campeggia nel simbolo di Fratelli d’Italia, la stessa del MSI, che sorge idealmente dalla tomba di Mussolini, e riaffiora oggi nella criminalizzazione del dissenso. Non è irrilevante che la voce più dura sia quella di Ignazio Benito La Russa, seconda carica dello Stato, cresciuto in una militanza di estrema destra: con le violenze di piazza del Fronte della Gioventù i poliziotti non ricevevano solo insulti o (condannabili) assalti. Antonio Marino, agente ventiduenne, fu ucciso dalle bombe a mano dei camerati, il 12 aprile 1973, a Milano. La Russa c'era.

Il paradosso del carnefice che si fa giudice

È alla luce di questa storia che va letta la reazione del governo Meloni ai fatti di Torino. Non è una semplice risposta di ordine pubblico, ma un’operazione politica che sposta il conflitto dal terreno sociale a quello penale. Trasformare la protesta in tentato omicidio, accusare l’opposizione di connivenza e complicità morale serve a una cosa sola: negare lo spazio del dissenso.

Siamo di fronte a un’antropologia politica che non vede nel conflitto democratico uno strumento di cambiamento, ma solo una minaccia da punire. Lo dimostrano le bozze del nuovo decreto sicurezza e le norme già varate in questi tre anni di governo. Qui sta il paradosso: chi affonda le radici in una tradizione che ha tentato di abbattere lo Stato, e i cui sodali hanno continuato a versare sangue anche negli ultimi vent'anni, oggi accusa gli altri di una violenza che, per metodo e ferocia, appartiene storicamente proprio a quella destra.

Non si tratta di assolvere i tafferugli o di legittimare gli scontri di piazza, ma di smascherare l'ipocrisia: quando il potere usa la cronaca per silenziare le istanze sociali e criminalizzare l’opposizione, non sta difendendo la democrazia. Sta applicando, con mezzi nuovi, il vecchio metodo.

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Nata nel 1992 in provincia di Milano. Si è laureata in giurisprudenza con una tesi su Danilo Dolci e il diritto al lavoro, grazie alla quale ha vinto il premio Angiolino Acquisti Cultura della Pace e il premio Matteotti. Ora è assegnista di ricerca in diritto del lavoro. È autrice dei libri Potere forte. Attualità della nonviolenza (effequ, 2019) e Argomentare è diabolico. Retorica e fallacie nella comunicazione (effequ, 2022).
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