
Parliamoci chiaro, ci sono tante cose che non quadrano nella vicenda che vede coinvolto il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e la giornalista Claudia Conte. Il modo in cui la notizia si è imposta all’opinione pubblica è certamente singolare: un siparietto concordato, in uno spazio giornalistico gestito da uno degli speaker di Radio Atreju, noto finora per le interviste militanti, sempre al servizio della vulgata del cerchio magico di Fratelli d’Italia. In tal senso, quello che ci viene chiesto è un esercizio di fiducia: credere che si sia trattato di un colpo giornalistico fortuito o quasi e non di qualcosa di diverso. Riportare cioè la discussione nel campo del “privato che diventa pubblico per qualche ragione esclusivamente privata”, facendo finta di bersi la ricostruzione secondo cui un militante fedelissimo e vicinissimo alla causa si possa prestare senza battere ciglio a creare un caso in grado di mettere in difficoltà il governo di cui Fratelli d’Italia è azionista di maggioranza.
Dall’entourage di Piantedosi non hanno dubbi sul fatto che la questione sia esattamente in questi termini. Non solo, il ministro fa sapere che non intende in alcun modo dimettersi e non esclude di dare mandato ai propri legali di tutelare la propria onorabilità e reputazione nel caso in cui qualcuno osasse accostare gli incarichi e i lavori di Conte a presunti favori ottenuti grazie alla sua frequentazione. Un avvertimento che dal Viminale hanno ritenuto necessario, considerando le tante ricostruzioni giornalistiche di questi giorni (qui il nostro lavoro) e le ancor più numerose partecipazioni della giornalista a convegni, conferenze, trasmissioni televisive e via discorrendo. Insomma, un lavoro su due fronti, quello politico e quello comunicativo, per rimarcare il messaggio di fondo: non è e non sarà un nuovo caso Sangiuliano.
Per quel che sappiamo finora, le cose potrebbero stare esattamente così. O comunque, dal lato politico potrebbe essere interesse di tutti convincersi e convincere che le cose stiano esattamente in questo modo. Cioè, che non ci sia stato alcun complotto, alcuna macchinazione volta a infangare Piantedosi per poi creare l'incidente per la crisi di governo. Che, soprattutto, non si sia trattato di un regolamento di conti interno alla maggioranza e che Giorgia Meloni non debba aggiungere anche il caso Piantedosi alla lunga serie di inciampi capitati dopo o in conseguenza del referendum. Certo, hanno fatto tutto da soli, come sottolinea il direttore Cancellato.
È un discorso che va in qualche modo oltre Piantedosi, su cui pure sarà il caso di dire qualche parola. Perché se al momento non ci sono prove su eventuali comportamenti politicamente inopportuni del ministro, allo stesso tempo, senza essere inutilmente bacchettoni o moralisti, va respinto il solito approccio vittimista come unica chiave di lettura della vicenda. Svolgere con disciplina e onore il servizio alle istituzioni comporta anche una maggiore accountability nei confronti dei cittadini. Non si tratta di rinunciare alla propria vita privata o di essere vincolati nelle scelte personali; né men che meno di sindacare relazioni amicali, sentimentali o familiare di politici, sottosegretari, ministri. È piuttosto la necessità operare con totale trasparenza, di chiarire eventuali conflitti di interesse, di accettare un controllo più invasivo da parte di stampa e opinione pubblica, di tutelare prima di ogni cosa l'interesse della collettività. Onori e oneri. Disciplina e responsabilità.
Questa, però, è solo la superficie dell'iceberg, come sanno benissimo a Palazzo Chigi. Il vero problema si chiama credibilità. Un governo continuamente attraversato da scandali e sfiorato da complotti più o meno sensati non è un governo autorevole. Che esecutivo è quello in cui non si fa altro che chiedersi "chi sarà il prossimo", chi perderà il supporto di Meloni o chi sarà a pagare per tutti, nel caso di nuove burrasche? Che autorità può ancora esercitare un Nordio, travolto dal voto degli elettori e dagli scandali del suo ministero (da ultimo il clamoroso deferimento alla Cpi del nostro Paese)? Che impatto potrà mai avere un ministro come Urso, da tempo additato di poca incisività quando non proprio inconcludenza? Che spazio può mai reclamare Tajani, al centro di una burrasca interna a Forza Italia e commissariato da Meloni nelle interlocuzioni con i grandi della Terra? Insomma, che ne è del governo solido e autorevole in piena luna di miele col Paese? Perché, davvero, ciò che vediamo è tutt'altro.
Un governo che non serve al Paese e non serve ai progetti di Giorgia Meloni. La quale non può correre il rischio di andare incontro a mesi simili, in un lento stillicidio di scandali, polemiche, defezioni e instabilità interna alla maggioranza. Soprattutto nel contesto della crisi energetica ed economica, senza avere neanche chissà che margine di manovra. E questo lo sa benissimo.