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Conflitto Israele-Palestina e in Medio Oriente

I palestinesi continuano a morire a Gaza: perché l’Ue non parla più di sanzioni a Israele

Da quanto è entrato in vigore il cessate il fuoco a Gaza i civili palestinesi continuano a morire per mano dell’esercito israeliano. Ma la Commissione europea sembra aver chiuso definitivamente la porta a eventuali sanzioni nei confronti di Israele. Eppure non più tardi di tre mesi fa l’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, assicurava che l’opzione sanzioni era sul tavolo.
A cura di Gabriele Nunziati
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Pochi giorni dopo la firma del cessate il fuoco a Gaza, al termine del Consiglio Affari esteri del 20 ottobre, l’Alta rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, annunciava la decisione dei leader europei di non procedere con le sanzioni nei confronti di Israele. Tuttavia, Kallas assicurava che le misure proposte sarebbero rimaste sul tavolo, nel caso in cui il cessate il fuoco non avesse portato a un miglioramento sostanziale della situazione sul campo.

“Dobbiamo vedere un reale incremento degli aiuti umanitari che raggiungono Gaza, dobbiamo vedere le entrate fiscali palestinesi venir consegnate alla Palestina o essere sbloccate dalle autorità israeliane, dobbiamo vedere i giornalisti e gli operatori umanitari poter entrare (a Gaza), dobbiamo anche vedere che la registrazione delle Ong internazionali non venga sottoposta a restrizioni”, spiegava Kallas.

Sono passati più di tre mesi da queste parole e niente di tutto ciò si è concretizzato. Ai giornalisti continua a essere impedito l’accesso a Gaza. Le entrate fiscali palestinesi rimangono nelle mani di Israele. A partire dal primo gennaio, le restrizioni riguardanti i criteri di registrazione delle Ong che vogliono operare nei territori palestinesi occupati sono entrate in vigore. Le organizzazioni sono state poste davanti a una scelta: fornire al governo israeliano un elenco dei propri dipendenti palestinesi o cessare le attività di aiuto alla popolazione. Così, con l’inizio del nuovo anno, 37 Ong si sono viste revocare la licenza e, dal primo marzo, dovranno terminare del tutto le loro operazioni. Gli aiuti umanitari in ingresso a Gaza sono aumentati, è vero, ma non a sufficienza da soddisfare le necessità della popolazione.

“La situazione rimane estremamente precaria e mortale per molti bambini”, ha affermato il 26 gennaio Ted Chaiban, vicedirettore esecutivo di UNICEF per l’azione umanitaria e le operazioni di approvvigionamento. “Nonostante i progressi compiuti in materia di sicurezza alimentare, centomila bambini continuano a soffrire di malnutrizione acuta e necessitano di cure a lungo termine. 1,3 milioni di persone, molte delle quali bambini, hanno urgente bisogno di un alloggio adeguato”, ha aggiunto. Sono invece più di 500 i palestinesi uccisi dall’esercito israeliano da quanto è entrato in vigore il cessate il fuoco. Di questi, almeno 100 sono bambini.

Nell’arco di tempo che va dalle dichiarazioni di ottobre di Kallas ad oggi, la strategia comunicativa della Commissione europea sembra esser stata quella di far calare un silenzio omertoso sui crimini che Israele continua a perpetrare. Un silenzio quasi totale che nasconde l’esigenza di cancellare la realtà per non doverla affrontare. Durante la conferenza stampa a conclusione del Consiglio Affari esteri del 20 novembre, l’Alta rappresentante si è limitata dichiarare che “la pace dipende dal fatto che Hamas non abbia alcun ruolo” nel futuro di Gaza. Nessun riferimento ai 33 palestinesi, di cui dodici bambini, uccisi dall’IDF nelle ore precedenti.

Il 15 dicembre, i ministri degli Esteri degli Stati membri si sono riuniti nuovamente a Bruxelles per il Consiglio. Anche in questa occasione, nonostante i palestinesi uccisi dal 9 ottobre 2025 fossero ormai circa 400, Kallas ha motivato le difficoltà nel raggiungere “la sicurezza e la stabilizzazione di Gaza” con “il rifiuto di Hamas di deporre le armi”, definendolo come “un grave ostacolo al progresso”. Niente di più. Nessuna parola riguardo alle responsabilità di Israele.

Lo stesso giorno in cui Kallas, riportando le conclusioni del Consiglio, addossava al rifiuto di Hamas di deporre le armi la sola responsabilità per lo stato delle cose a Gaza, la commissaria per gli Aiuti umanitari e la Gestione delle crisi, Hadja Lahbib, descriveva uno scenario molto diverso: “la situazione è drammatica, anche se non appare sui titoli dei media, i palestinesi vengono ancora uccisi ogni giorno”.

“Sono andata al valico di Rafah e ho visto i cancelli chiusi e, purtroppo, centinaia di camion in attesa, pieni di articoli, forniture essenziali, medicinali, rifugi, tende, sacchi a pelo” – ha raccontato Lahbib -. Dobbiamo quindi fare davvero tutto il possibile per consentire agli aiuti umanitari di entrare a Gaza. Troppi camion vengono respinti pieni di articoli considerati a duplice uso, sacchi a pelo a causa del loro colore, verde, sedie a rotelle a causa delle ruote”. Con queste parole, Lahbib ha di fatto brevemente squarciato il silenzio mantenuto in questi mesi su Gaza da Kallas e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Ma non solo. Questa dichiarazione ha rivelato, in maniera indiretta e forse involontaria, l’incoerente inconsistenza dell’esecutivo europeo sulla questione. Di fatto, Lahbib ha confermato che, fino a quel momento, i miglioramenti sostanziali sul campo non c’erano stati. Di conseguenza, secondo le stesse parole pronunciate dall'Alta rappresentante ad ottobre, la discussione sulle sanzioni contro Israele avrebbe dovuto almeno essere riaperta.

Per quanto riguarda i crimini commessi dalla Russia in Ucraina, l’Unione europea sta lavorando insieme al Consiglio d’Europa all’istituzione di un Tribunale speciale. “I leader russi sono responsabili di questa guerra e devono essere chiamati a risponderne. Non può esserci impunità”, ha scritto su X il 26 gennaio Kallas, annunciando lo stanziamento di dieci milioni di euro per la creazione del tribunale. Inoltre, i leader europei hanno congelato i beni russi in Europa con la promessa di non sbloccarli fino a quando Mosca non avrà pagato le riparazioni di guerra a Kiev.

Al contrario, sebbene Tel Aviv sia stata ritenuta responsabile di genocidio da una commissione indipendente dalle Nazioni Uniti, l’Ue non sembra aver intenzioni di perseguire lo stesso principio anche nei confronti di Israele. Non è mai stata nemmeno ventilata l’idea di un tribunale speciale per i crimini compiuti a Gaza, mentre la possibilità di veder imposte delle sanzioni è del tutto tramontata.

Il 30 gennaio, alla domanda se la Commissione ritenesse opportuno procedere con le misure nei confronti di Israele in considerazione delle gravi violazioni del cessate il fuoco, il portavoce della Commissione, Anouar El Anouni, dopo averci girato intorno, ha fondamentalmente dichiarato che l’esecutivo europeo non intende riaprire il capitolo sanzioni. Da quando le misure sono state proposte, “il contesto in cui ci siamo mossi è cambiato”, ha affermato El Anouni, facendo riferimento all’avvicinarsi della fase due. Sembra, quindi, che per la Commissione il discutibile piano di pace di Trump abbia lavato via i crimini passati e presenti commessi da Israele a Gaza.

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