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I dati e le statistiche non sono neutrali e oggettive: intervista alla scrittrice Donata Columbro

I dati e le statistiche non sono oggettivi e neutrali come spesso pensiamo, ma racchiudono bias e sovrastrutture patriarcali. Ne abbiamo parlato con la scrittrice e la giornalista dei dati Donata Columbro.
A cura di Annalisa Girardi
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Quando parliamo di dati e di statistiche spesso pensiamo di guardare a un mondo oggettivo, fatto di certezze. Pensiamo che dietro ai numeri ci sia una unica e sola interpretazione possibile. Le cose, in realtà, sono molto più complesse e ancora una volta racchiudono pratiche e visioni che vanno a discapito di metà della popolazione mondiale. Quella femminile. Lo vediamo ad esempio nei femminicidi, la forma più brutale ed evidente di violenza di genere: anche quando abbiamo a che fare con un fenomeno così palesemente discriminante, le statistiche che lo riguardano rimangono biased e non riescono a catturarne la gravità nel suo complesso. "Il femminicidio è un fenomeno visibile, è un dato certo. E quindi è un punto da cui partire per andare a vedere come si snoda la violenza sulle donne nel nostro Paese. Contare i femminicidi diventa un atto politico, perché vuol dire che lo Stato in qualche modo si costituisce parte della soluzione al problema. Contarli li rende visibili e dovrebbe renderli un punto di partenza per capire più a fondo la violenza contro le donne", ci spiega Donata Columbro, scrittrice e giornalista dei dati.

Contare i femminicidi potrebbe sembrare un compito tutto sommato semplice, ma non lo è affatto: "Intanto bisogna sempre pensare che ogni volta che misuriamo qualcosa dobbiamo partire dalla definizione. E la definizione di un fenomeno che noi vogliamo misurare è sempre negoziata. Questo non avviene solo per i fenomeni sociali, anche per i fenomeni fisici, atmosferici, come le ondate di calore: non si apre la finestra e si "vede" l'ondata di calore. C'è una temperatura che viene misurata e poi si negozia e si capisce quali sono i parametri che ci fanno arrivare alla misurazione. Funziona allo stesso modo con i fenomeni sociali su cui le diverse società, nel tempo, hanno deciso di prendere in considerazione il problema per poi trovare un modo per standardizzarla e quantificarla. È così anche per la violenza di genere: si sono considerati i tipi di omicidio definiti femminicidio quando è il genere della vittima che conta e la motivazione: cioè la vittima viene uccisa per il suo genere, per motivi di genere o per violenza di matrice patriarcale".

Ma le modalità di misurazione cambiano a seconda delle epoche, delle giurisdizioni, delle possibilità che hanno i Paesi di condurre delle indagini. Ecco perché, racconta Columbro, è difficile contare i femminicidi e avere statistiche organiche a livello internazionale, europeo e anche nazionale. Cambiano le definizioni, il focus del monitoraggio: "Ecco perché sarebbe necessario avere quantomeno il dato disaggregato degli omicidi volontari in cui c'è la relazione tra vittima e autore e che possa indicare quanto meno il movente. Poi sarebbe necessario avere anche altri dettagli: se i dati vengono raccolti per ipotizzare azioni volte a contrastare il fenomeno, allora è importante conoscere anche l'età delle vittime, la presenza o meno di figli, se l'autore del femminicidio poi ha commesso suicidio. Sono tutte informazioni che potrebbero darci indicazioni su come condurre le nostre campagne in merito alla violenza di genere".

Già con tutte queste precisazioni ci appare chiaro quanto il singolo dato, quello del numero di femminicidi, sia parziale nel contesto più ampio del contrasto alla violenza di genere. "Un dato non va mai vissuto in modo isolato, va contestualizzato. Deve essere il punto di partenza per farsi altre domande. Siamo il Paese con il più basso tasso di femminicidi in Europa secondo i dati a disposizione: cosa vuol dire? Cosa stiamo facendo bene e cosa ci sta sfuggendo? Visto che abbiamo ancora un'enorme sproporzione tra gli omicidi compiuti da partner o ex partner nei confronti delle donne rispetto agli uomini, non possiamo accontentarci di un numero finale. Dobbiamo sempre chiederci se questo dato è completo o sottostimato. A livello internazionale, ad esempio, spesso si contano solo i femminicidi in ambito domestico perché è molto difficile standardizzare tra Paesi diversi, quindi ci si accontenta della sottostima", spiega Columbro.

Chiaramente queste mancanze non riguardano solo la statistica dei femminicidi. In generale esiste quello che viene definito il gender data gap, per cui nella raccolta di dati in vari ambiti, dal design alla medicina, non viene presa in considerazione una prospettiva di genere. Lo racconta molto bene Caroline Criado Perez nel suo libro "Invisibili": nella progettazione delle città non è stato considerato come donne e uomini si spostano in modo diverso, in medicina i farmaci sono stati testati solo su parametri maschili, i manichini per i test di sicurezza delle automobili sono stati costruiti su standard corporei maschili, e così via.

"Un'altra cosa che viene raccontata nel libro di Criado Perez – precisa Columbro – è come in Svezia si siano resi conto che le donne si infortunavano più degli uomini cadendo sul ghiaccio. Il motivo? Perché le amministrazioni decidevano di liberare dalla neve prima le strade, che vengono percorse prettamente in automobile da uomini, e poi i marciapiedi, usati molto di più dalle donne che si spostano a piedi".

Per Columbro occuparsi di queste differenze non solo è giusto e inclusivo, ma permette anche di risparmiare in termini economici, perché significa non dover poi gestire infortuni o malattie croniche. "Storicamente la demografia contava i nati maschi perché erano quelli che avrebbero pagato le tasse, votato e fatto il servizio militare. Chi viene contato conta, e viceversa. Questa esclusione influenza oggi anche l'intelligenza artificiale: se i dataset usati per addestrare i modelli escludono parti di popolazione, si perpetrano stereotipi o errori gravi", racconta Columbro.

Insomma, il dato non è neutrale come pensiamo e racchiude strutture e prospettive patriarcali. Ma esserne consapevoli è il primo passo per migliorare come li raccogliamo.

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