La fondazione Gimbe ha analizzato l'andamento dei nuovi casi di coronavirus nella settimana che va dal 26 agosto al 1° settembre, rilevando non solo una crescita dei contagi, ma anche un rilevante aumento dei pazienti ospedalizzati con sintomi e di quelli ricoverati in terapia intensiva. Dati che, ancora una volta, ricordano come l'emergenza Covid-19 nel Paese non sia ancora finita e sottolineano l'importanza di continuare a rispettare tutte le norme anti-contagio.

Rispetto al precedente periodo preso in esame, i ricercatori hanno evidenziato un incremento dei nuovi casi pari al 37,9%: dagli scorsi 6.538 nuovi contagi si è passati a 9.015, con un balzo del 52,2% degli attualmente positivi. Nel dettaglio, questa settimana si registrano 332 ricoveri di pazienti positivi al coronavirus con sintomi, di cui 41 in terapia intensiva. "Nell'ultima settimana continua l’ascesa del numero di nuovi casi e delle persone attualmente positive, conseguente sia all’incremento dei casi testati, sia al costante aumento del rapporto positivi/casi testati. Inoltre, si consolida il trend in aumento delle ospedalizzazioni con sintomi e si impenna quello dei pazienti in terapia intensiva. Si tratta di segnali che vanno tutti nella direzione di una ripresa dell’epidemia nel nostro Paese, sia in termini epidemiologici che di manifestazioni cliniche, proprio alla vigilia del momento cruciale della riapertura delle scuole", commenta il presidente della fondazione, Nino Cartabellotta.

Crescita esponenziale dei nuovi casi

L'aumento progressivo dei focolai provoca una crescita esponenziale dei nuovi casi, spiega la fondazione. Questi sono in prevalenza autoctoni, ma in parte sono riferiti al rientro nel Paese dopo le vacanze all'estero, e in misura nettamente minore, dagli stranieri che arrivano in Italia. Se nella settimana tra il 15 e il 21 luglio si registravano 1.408 nuovi casi, nell'ultima se ne sono contati 9.015. L'incremento del rapporto tra positivi e casi testati è passato dallo 0,8% al 2,3%.

L'aumento dei pazienti ricoverati

"Secondo le ben note dinamiche dell’epidemia, l’impennata della curva dei contagi  si riflette in maniera sempre più evidente sull’aumento dei pazienti ospedalizzati", spiega Cartabellotta. E infatti, come abbiamo visto, dal 21 luglio al 1° settembre i ricoverati con sintomi sono aumentati da 732 a 1.380 e le terapie intensive da 49 a 107. "Se fortunatamente i numeri sono ancora esegui e non configurano alcun segnale di sovraccarico dei servizi ospedalieri, il trend in costante aumento insieme all'incremento dei contagi invitano a mantenere la guardia molto alta nelle prossime settimane", aggiunge il presidente della fondazione.

Le differenze tra le Regioni

In merito ai nuovi casi, si confermano le ampie variabilità regionali: se in tre Regioni si registra un'esigua riduzione dei nuovi casi (-111), nei restanti territori si registra un aumento dei nuovi casi, che però possono andare dai 2 del Molise ai 700 della Lombardia.

Ad ogni modo, dei 26.754 casi attivi al 1° settembre, il 50,2% si concentra interamente in tre Regioni: che sono Lombardia, Lazio ed Emilia Romagna. Un ulteriore 41,9% è poi diviso tra Veneto, Campania, Toscana, Piemonte, Sicilia, Puglia, Sardegna e Liguria. I rimanenti positivi, appena il 7,9%, si trova invece nelle restanti otto Regioni e due Province autonome. "Davanti a questi numeri in preoccupante e indiscutibile ascesa non possono essere più tollerati comportamenti individuali irresponsabili, esempi scellerati di cattivi maestri, né tantomeno correnti antiscientiste e manifestazioni di piazza che, sotto il falso scudo della libertà, mettono a repentaglio la salute della popolazione", commenta Cartabellotta. Che richiama quindi le istituzioni affinché "vigilino e sanzionino ogni forma di “attentato” alla salute pubblica".

Gimbe, in conclusione, rinnova l'appello a tutti i cittadini affinché rispettino le regole per il contenimento dei contagi. "Alle autorità sanitarie il compito di potenziare ulteriormente l’attività di testing, sorveglianza e comunicazione pubblica, oltre che accelerare la messa a punto di un piano adeguato per gestire la difficile “convivenza” tra coronavirus e influenza stagionale", affermano infine i ricercatori.