Il governo torna indietro sulla rilevazione delle impronte digitali dei dipendenti pubblici. Una misura introdotta dal precedente esecutivo e che il ministro per la Pubblica amministrazione, Fabiana Dadone, vuole rimuovere al più presto. Per Dadone si tratta di un “uso criminalizzante della tecnologia”. Uno strumento che avrebbe l’effetto di deprimere “anche chi ogni mattina si reca sul posto di lavoro con energia ed entusiasmo”. Intervistata da Italia Oggi, il ministro per la Pa spiega perché c’è stato un dietrofront su questa misura e precisa che, a suo parere, la tecnologia “torna utile per tenere a bada chi abusa. Ma probabilmente va usata in modo meno criminalizzante per un’intera categoria”.

La rilevazione delle impronte, secondo Dadone, “contiene in sé uno stigma di tale negatività che rischia di deprimere anche chi ogni mattina si reca sul posto di lavoro con energia ed entusiasmo”. Nella sua intervista Dadone parla anche di altri aspetti delle politiche del ministero. Si parte dal rafforzamento degli organici, su cui punta “soprattutto in alcuni comparti”: “Dopo troppi anni di blocco del turnover l'impegno si è già visto nella scorsa manovra e noi puntiamo a implementarlo. Ma soprattutto, oltre alle dotazioni, è fondamentale puntare sulla formazione continua per valorizzare le competenze e spingere in alto la produttività della pubblica amministrazione”.

Il ministro per la Pa parla anche della sperimentazione dello smart working, intervenendo a una conferenza al Cnel. Secondo Dadone, finora questa sperimentazione – che si è concretizzata con alcuni progetti pilota – ha mostrato “importantissime potenzialità di espansione, considerato che il 48% delle pubbliche amministrazioni si è dichiarato favorevole ad avviare prestazioni lavorative in modalità agile”. Per Dadone si deve puntare a una visione del lavoro che punti sugli obiettivi e sulla responsabilità, più che sulla presenza fisica. In questo processo “la tecnologia può essere decisiva: le ricerche dimostrano che forme di smart working e lavoro agile accrescono la soddisfazione professionale, il senso di appartenenza e, dunque, il rendimento e la produttività del lavoro”.

C’è anche un altro aspetto da valutare: il lavoro da remoto comporta benefici “enormi anche alla comunità nel suo complesso, come nel caso della diminuzione degli spostamenti casa-lavoro-casa, con un decongestionamento del traffico e una riduzione delle emissioni inquinanti”. Anche in questo modo, conclude il ministro, “si costruisce la Green economy e si persegue il nostro sogno di una pubblica amministrazione zero emission”.