Due naufragi nel Mediterraneo in poche ore: almeno 38 migranti perdono la vita tra Lampedusa e il Mar Egeo

È un doppio naufragio che si consuma nel giro di poche ore, tra il Canale di Sicilia e il Mar Egeo, e che restituisce ancora una volta l'immagine di un Mediterraneo attraversato non solo da rotte migratorie, ma da corridoi di morte. Due barche, due scenari diversi, lo stesso esito: decine di persone intrappolate in mare aperto, tra il freddo, il buio e l'assenza di soccorsi tempestivi.
Il primo naufragio al largo di Lampedusa
La prima tragedia si materializza nella notte di ieri al largo di Lampedusa. Quando la Guardia costiera italiana raggiunge l'imbarcazione, a circa 160 chilometri a sud dell'isola, si trova davanti a una scena che i soccorritori descrivono come "immobile": corpi senza vita mescolati ai sopravvissuti, persone tremanti, semi-incoscienti, stese sul fondo di un natante ormai alla deriva. A bordo ci sono circa ottanta persone partite dalla Libia giorni prima. Ne vengono salvate solo 58. Diciannove, invece, sono già morte. Non ci sono segni evidenti di violenza. Il sospetto più forte è che siano morte lentamente, una dopo l'altra, per ipotermia, esposte al vento e all'acqua, senza riparo.
Alcuni sopravvissuti presentano gli stessi sintomi: corpo rigido, difficoltà respiratorie, ustioni da carburante e intossicazione da idrocarburi inalati per ore in uno spazio chiuso e saturo di fumi. Sette persone vengono trasferite al poliambulatorio dell'isola, due in condizioni gravissime evacuate in elisoccorso verso ospedali siciliani. Tra i casi più delicati ci sono anche dei bambini, uno di appena un anno, rimasto senza madre: secondo le testimonianze raccolte, la donna sarebbe infatti tra le vittime. Una giovane sopravvissuta racconta di averlo tenuto stretto per ore, cercando di scaldarlo durante il viaggio.
Il barcone era stato avvistato già il giorno precedente da un aereo italiano, che aveva segnalato la presenza alle autorità competenti nella zona SAR, in particolare quelle libiche, ma anche maltesi e tunisine. Nessuno è intervenuto. Solo in un secondo momento è partita da Lampedusa una motovedetta italiana, che ha raggiunto l'imbarcazione quando ormai, però, era troppo tardi. I corpi sono stati ora trasferiti nel cimitero dell'isola, mentre i sopravvissuti sono stati già portati nell'hotspot di contrada Imbriacola, dove verrà ricostruita identità e dinamiche del viaggio.
Il secondo naufragio nel Mar Egeo
Poche ore dopo, a centinaia di chilometri di distanza, un'altra barca si rovescia al largo di Bodrum, sulla costa turca dell'Egeo. Qui la dinamica è diversa, anche se l'esito non cambia: il gommone, diretto verso la Grecia, viene intercettato dalla Guardia costiera turca all'alba, intorno alle sei del mattino. Secondo la ricostruzione ufficiale, l'imbarcazione non si ferma all’alt e tenta la fuga, aumentando la velocità nonostante il mare agitato e il carico eccessivo di persone a bordo. È in quel momento che perde stabilità: l'acqua entra rapidamente, il gommone inizia a sbandare e si ribalta nel giro di pochi minuti, scaraventando tutti in mare. I soccorsi arrivano: motovedette, squadre di emergenza, perfino un elicottero decollato dalla vicina Izmir. Ma anche qui il bilancio è pesante: almeno diciannove morti, tra cui cinque bambini piccoli. I sopravvissuti, invece, sono poco più di venti, mentre il numero reale delle persone a bordo resta incerto, rendendo plausibile un bilancio ancora più grave. Le autorità turche parlano di un'imbarcazione sovraccarica e inadatta alla traversata, partita probabilmente con l'obiettivo di raggiungere una delle isole greche più vicine, porta d'ingresso verso l'Unione Europea.
Il bilancio della tragedia
Secondo l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, almeno 831 migranti sono morti o risultano dispersi nel Mediterraneo dall'inizio del 2026, oltre cento solo negli ultimi giorni. Ogni episodio aggiunge un tassello a una dinamica ormai strutturale, in cui il confine tra incidente, omissione e responsabilità politica diventa sempre più sottile: dalla gestione delle zone SAR al ruolo delle cosiddette guardie costiere, fino all'assenza di vie legali e sicure. In un solo giorno, tra Canale di Sicilia ed Egeo, le vittime sono almeno trentotto. Un numero che, da solo, basterebbe a definire la portata della tragedia. Ma che rischia, come spesso accade, di perdersi rapidamente nel flusso continuo delle notizie.