Il disegno di legge Zan ha subito l'ennesimo rinvio. Dopo essere stato approvato alla Camera è approdato al Senato, dove continuano le difficoltà. Oggi la legge contro l'omotransfobia e la misoginia ha registrato l'ennesimo stop per un passaggio formale. Il tema è tornato al centro del dibattito pubblico dopo i fatti di Valle Aurelia, ma da destra piovono le critiche rispetto alla presunta discriminazione che creerebbe l'approvazione del ddl Zan. I diritti civili sono di nuovo una questione centrale, e sono tanti i temi di cui si parla: dalla discussione sul catcalling alla frase di Draghi sui migranti in Libia, dall'odio online alla parità di genere. Ne abbiamo parlato con la deputata del Partito Democratico, ed ex presidente della Camera, Laura Boldrini.

Ennesimo slittamento per il ddl Zan in commissione Giustizia al Senato, perché si parla di ostruzionismo?

A me sembra che sia un altro escamotage per prendere tempo invece che aprire una vera discussione nel merito. Una tattica dilatoria che dimostra il fatto che su questo tema, da parte di alcune forze politiche, non ci sia la volontà di confrontarsi nel merito, compreso il presidente della commissione, che non dovrebbe decidere la calendarizzazione in base ai contenuti del provvedimento.

La legge, secondo la destra, sarebbe discriminatoria…

Questo è del tutto arbitrario, perché il testo di legge è molto chiaro: parliamo di crimini d’odio. Dunque discriminatorio verso chi? Al contrario, senza questa legge continuiamo a tollerare evidenti discriminazioni. Il bacio tra un uomo e una donna non desta nessun tipo di reazione e nessuno si immaginerebbe di aggredirli, ma se a baciarsi sono due donne e due uomini la questione cambia. La stessa azione, a seconda di chi la mette in atto, suscita reazioni diverse. Qualcuno mi porti i casi di coppie eterosessuali fatte oggetto di violenza perché manifestano amore. Non esistono. Invece le cronache sono piene di coppie lesbiche o omosessuali che vengono malmenate o aggredite perché si scambiano gesti di affetto. Basta questo per capire che c’è una discriminazione.

Questa misura rischia di fare la fine di tutti quei temi rimandati per anni, su cui la sinistra non si è mai imposta?

Questa norma ci aspetta da anni, la prima proposta di legge sull’omofobia risale al 1996 e venne presentata da Nichi Vendola. Dopo 25 anni non abbiamo ancora una legge, anche se il Parlamento europeo ce lo ricorda da tempo. Nell’Unione tutti i grandi Paesi si sono adeguati: Spagna, Francia, Germania. C’è un grande vuoto legislativo nel nostro ordinamento, vuoto che noi siamo determinati a colmare per dare piena dignità a tutti e tutte nel nostro Paese. Questa è una legge che protegge dalle discriminazioni.

Il ddl Zan è tornato al centro del dibattito dopo i fatti di Valle Aurelia, ed è emerso il fatto che ci sia in primis un problema culturale. Basta una legge per correggerlo?

Siccome il problema esiste e non c’è la legge, iniziamo con l’approvazione della legge. Perché ci permetterebbe anche di affrontare la questione culturale nelle scuole. È una legge che nasce da cinque testi presentati alla Camera dai quali sono confluiti nel testo base gli aspetti più significativi: c'è la parte penale che riguarda anche l’abilismo e la misoginia. Perché i crimini di odio di cui ci occupiamo in questa legge, purtroppo, colpiscono come primo bersaglio le donne. La legge prevede anche l’assistenza materiale alle vittime, soprattutto ai giovani mandati via di casa, dando un alloggio a chi viene rifiutato dalla famiglia. Abbiamo inserito anche l’aspetto della sensibilizzazione nelle scuole. All’articolo 4 si parla del tema della libertà d’espressione, perché qualcuno temeva che questa legge la limitasse. Abbiamo scritto che sono fatte salve le opinioni, che questo aspetto non si tocca, ma si sanziona l’istigazione alla violenza. È una legge complessa e bilanciata.

In questi giorni si parla anche di catcalling, che però è qualcosa di più sottile rispetto ad un’aggressione violenta…

Sono delle molestie vere e proprie, perché creano disagio nella persona che le riceve. A volte sono vere e proprie volgarità. Il lavoro da fare dal punto di vista culturale è enorme. Bisogna insegnare ai bambini e alle bambine ad aver rispetto gli uni delle altre, bisogna insegnare a non considerare la donna come un oggetto, bisogna insegnare a rispettare la figura femminile, ma soprattutto serve fare in modo che la società la valorizzi. Le donne devono avere la possibilità di esprimere il proprio potenziale, a partire da un paritario accesso al mercato del lavoro, dando le stesse opportunità di carriera e retribuzioni con misure come il congedo parentale della stessa durata per madri e padri. Ci vuole un cambio radicale e oggi, con il Piano nazionale di ripresa e resilienza, abbiamo la possibilità di farlo con investimenti adeguati e misure mirate. È tutto collegato: cultura, lavoro e welfare. Possiamo fare dell’Italia un Paese contemporaneo e al passo con l’Europa.

Oggi l’odio si manifesta molto online, sui social ad esempio. Lei ha presentato una proposta di legge per contrastare questi fenomeni.

Ho voluto presentare questa proposta di legge contro i fenomeni di odio sulla rete perché è un tema non più rimandabile: il legislatore non può rimanere con le mani in mano mentre ogni giorno le persone vengono minacciate e costrette a rinunciare al confronto. Questo linguaggio d’odio è una forma di intimidazione che impedisce la libera espressione delle persone, che impatta anche sul consenso e sul dissenso, distorcendo il processo democratico. Con questa proposta si responsabilizzano le piattaforme digitali che devono obbligatoriamente contrastare questi fenomeni rimuovendo contenuti illeciti e lesivi della dignità delle persone. Non possono più lavarsene le mani. Viene anche messo in campo un organismo di monitoraggio autonomo e indipendente e sono previsti dei report ogni sei mesi se ci sono più di cento segnalazioni. Se le piattaforme non intervengono in tempi brevi e prestabiliti, vengono comminate multe salatissime.

Il nuovo segretario del Pd, Enrico Letta, ha rimesso al centro i diritti civili, condannando duramente la disparità di genere nelle cariche del partito e chiedendo di eleggere due capegruppo a Camera e Senato. L'avete vissuta come una svolta o come un contentino?

Letta appena accettato l’incarico ha posto la parità di genere tra i temi più importanti della sua segreteria. Lui ha subito puntato il dito contro questa anomalia tutta italiana di un partito rappresentato nei vertici solo al maschile, suggerendo come superarla. Noi parlamentari e dirigenti del partito eravamo state le prime a sollevare la questione dei tre ministri uomini, perché c’era uno scollamento tra i documenti che affermavano la parità di genere e la realtà. Il segretario Letta ha dato seguito a queste istanze. Non si poteva andare con il contagocce, o si fanno cambiamenti radicali o non si fanno. Altrimenti si rischiava di rimanere nello stesso pantano di sempre, che è mortificante per le donne e per il partito. È stato un modo per chiamare tutti alle proprie responsabilità, non è un contentino né un’operazione di facciata.

Ieri Draghi ha detto che il governo è soddisfatto dei salvataggi della Libia in mare. È questa la linea politica del governo?

È importante che l’Italia svolga un ruolo in questa fase di stabilizzazione della pace in Libia, dove c’è stata una guerra civile fomentata anche da potenze straniere. È molto grave però che il presidente Draghi abbia ignorato quello che accade ai migranti, le costanti violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione e le modalità della guardia costiera libica. Mi è sembrata un’omissione che crea una macchia, perché i diritti umani non sono negoziabili, come ha affermato anche oggi la presidente Von der Leyen. Si contribuisce alla stabilità di un Paese solo se lo si aiuta a progredire dal punto di vista dello Stato di diritto. I processi di pace o passano attraverso l’affermazione del diritto e della giustizia oppure non sono autentici e non reggono. Trascurare questo ambito, oltre che molto discutibile dal punto di vista etico, è anche sbagliato, perché non ci sarà democrazia senza il rispetto dei diritti fondamentali delle persone.