
Avete presente quei martelletti accanto all’estintore? Quelli dove c’è scritto “rompere solo in caso di emergenza”?
Ecco: ieri Giorgia Meloni ha metaforicamente impugnato il martelletto e rotto il vetro, rompendo gli indugi ed entrando a piedi uniti nella campagna per il referendum sulla giustizia.
L’ha fatto in modo scomposto, un po’ come quando ad Atreju aveva detto di votare Sì per evitare una nuova Garlasco. Stavolta ha preso il caso del migrante condannato 23 volte che non si riesce a rimpatriare, per addossare le colpe alla magistratura – "continuano a ostacolarci", ha detto – e promettere che la riforma della giustizia risolverà in un colpo solo il problema della sicurezza e quelle delle migrazioni, gli unici due temi che mobilitano davvero l’elettorato di destra.
Al netto delle argomentazioni un po’ così – che confermano una volta di più quanto la vera posta in gioco della riforma sia la volontà del governo di controllare e orientare l’attività giudiziaria – è stato un ingresso nell’agone salutato con gioia da chi vuole che passi la riforma. Che finora si era dovuto accontentare, come testimonial, del ministro-gaffeur Carlo Nordio e dell’ex magistrato Antonio Di Pietro. Non esattamente un parterre de roi.
La discesa in campo di Meloni, tuttavia, ha un rovescio della medaglia non secondario: che per gli elettori, da oggi, è un referendum su di lei. Se ti esponi, se metti in gioco la tua credibilità politica su questa campagna, una vittoria è una tua vittoria, una sconfitta è una tua sconfitta.
Meloni, finora, si era tenuta alla larga dalla campagna referendaria proprio per questo. Perché i primi sondaggi erano rassicuranti, perché poteva starne fuori e vincere comunque, perché poteva capitalizzare politicamente una vittoria quasi certa senza rischiare nulla.
Ora invece che diversi sondaggi dicono che Sì e No sono praticamente pari, la carta Meloni è l’ultima arma, a un mese dal voto, per provare a invertire il trend. Se Meloni ci riesce, ha vinto lei. Se Meloni non ci riesce, ha perso lei.
La domanda è una sola: questa scelta mobiliterà l’elettorato in suo sostegno o chi vuole mandarla a casa, un po’ come accadde con Matteo Renzi e la sua riforma istituzionale il 4 dicembre di dieci anni fa? Allora, il desiderio di mandarlo a casa fu più forte di una riforma che prevedeva il taglio delle poltrone dei parlamentari. Oggi?
Per avere una risposta, toccherà aspettare il 22 e 23 marzo. Ma ormai il vetro è rotto, e il dado è tratto.