Cos’è il Board of Peace, il piano di Trump per la gestione di Gaza e quale sarà il ruolo dell’Italia

L'Italia è stata inviata a far parte del cosiddetto Board of Peace per Gaza, l'organismo promosso dall'amministrazione Trump per supervisionare la transizione post invasione militare israeliana e la conseguente ricostruzione della Striscia. A confermarlo è stata la stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, parlando ai giornalisti a Seul: "Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l'Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra parte nella costruzione del piano di pace". Un passaggio che Palazzo Chigi rivendica come riconoscimento del peso diplomatico italiano nella regione: "Siamo un attore molto attivo, in buoni rapporti con tutti gli altri attori regionali", ha aggiunto Meloni, sottolineando la disponibilità del governo a contribuire a un processo che, nelle intenzioni Usa, dovrebbe "segnare l'uscita di Gaza dalla guerra".
Cos'è il Board of Peace, il piano di Trump per la Striscia di Gaza
Il Board of Peace per Gaza è infatti il piano lanciato da Trump lo scorso settembre. Una sorta di nuova organizzazione internazionale incaricata di coordinare la governance temporanea della Striscia, la ricostruzione, la mobilitazione dei fondi e il passaggio a una fase di stabilizzazione. Al suo fianco opera un comitato tecnocratico palestinese di 15 membri, con sede al Cairo, che dovrebbe occuparsi dell'amministrazione quotidiana. Secondo una bozza di statuto trapelata di recente, gli Stati membri potrebbero restare in carica fino a tre anni; se versano oltre un miliardo di dollari in fondi cash, l'adesione diventerebbe di fatto permanente. Questa clausola crea una netta distinzione tra Paesi "finanziatori", con potere duraturo, e Paesi senza potere stabile, rafforzando così il ruolo centrale di Washington nel guidare politicamente e finanziariamente l'organismo. Non a caso, secondo il Financial Times, l'ìamministrazione Trump considera il Board come una possibile alternativa, o almeno un canale parallelo, alle Nazioni Unite. Molti esperti avvertono però che la sola creazione di questo organismo non basterà a garantire un governo effettivo della Striscia di Gaza. All'interno di questo quadro, nelle scorse settimane, l'amministrazione Trump ha già nominato il Comitato nazionale per l'amministrazione di Gaza, composto da tecnici incaricati di gestire concretamente la situazione sul campo e di avviare la ricostruzione dopo anni di bombardamenti israeliani. Il Consiglio di pace, invece, dovrebbe indicare la direzione politica. Resta però incerta la tempistica di un eventuale "cambio di regime": prima sarebbe necessario il disarmo di Hamas e il ritiro dell'esercito israeliano, ma Israele ha già dichiarato che non intende farlo, rendendo dubbia l'operatività del Consiglio di pace.
Meloni allo stesso tavolo con Orban, Netanyahu e Putin
In questo contesto l'Italia rappresentata da Giorgia Meloni si ritroverebbe seduta allo stesso tavolo politico di leader come Viktor Orban e Benjamin Netanyahu. Il Board of Peace, infatti, non appare come uno spazio neutro, ma come un perimetro che sembra già definito, dentro il quale stanno prendendo posto, salvo rare eccezioni, governi conservatori e figure fortemente allineate alla strategia statunitense. Tra i membri esecutivi ci sono il segretario di Stato Marco Rubio, l'inviato di Trump Steve Witkoff, Jared Kushner, genero e consigliere di fiducia del presidente Trump, oltre a personalità di rilievo della finanza internazionale e amici di lunga data del tycoon, come Marc Rowan, Ajay Banga e Robert Gabriel.
Tra i primi ad aderire c'è Viktor Orban, che ha accolto con entusiasmo l'invito di Trump. Al suo stesso tavolo siedono anche Javier Milei, presidente argentino vicino a Trump, e Recep Tayyip Erdogan. Dopo una fase iniziale di tensione con la Casa Bianca, sarebbe arrivato l'invito anche per Benjamin Netanyahu, sotto mandato d'arresto internazionale per crimini di guerra e contro l'umanità. Non solo, secondo le ultime notizie, Trump avrebbe esteso l'invito anche a Vladimir Putin.
Gaza ancora sotto le bombe

Mentre si moltiplicano annunci, lettere di invito e tavoli internazionali, sul terreno, nel frattempo, l'invasione militare non si è affatto fermata. Nelle stesse ore in cui si discute della composizione del Board of Peace, infatti, Israele continua a colpire la Striscia di Gaza. I raid non risparmiano nemmeno le tende degli sfollati, le aree teoricamente protette e i campi improvvisati dove si sono rifugiate centinaia di migliaia di persone, con oltre 400 palestinesi uccisi, di cui moltissimi bambini, in soli tre mesi. L'idea di una "fase di transizione" verso la pace convive così con una realtà fatta di bombardamenti quotidiani, vittime civili e un'emergenza umanitaria che resta fuori controllo. È questa la contraddizione di fondo: un piano di pace annunciato mentre la guerra prosegue, e un organismo internazionale che nasce prima ancora che cessino le operazioni militari.
Quali sono i rischi del Board of Peace per il futuro di Gaza
Il rischio, infatti, è proprio questo: che il "piano di pace" diventi una cornice diplomatica, utile a legittimare equilibri già decisi, più che uno strumento capace di fermare davvero il genocidio ancora in corso. Non c'è solo il meccanismo di adesione, con la possibilità di ottenere un ruolo permanente solo attraverso un contributo finanziario miliardario, che introduce una gerarchia esplicita tra paesi finanziatori e quelli semplicemente invitati, c'è poi anche il nodo della rappresentanza palestinese. Il comitato tecnocratico chiamato ad amministrare Gaza opera sotto la supervisione del Board e non nasce da un processo elettivo né da una consultazione popolare. Il pericolo è dunque che la governance della Striscia venga affidata a una struttura eterodiretta, costruita all'esterno, mentre le decisioni strategiche restano invece nelle mani della grandi potenze e dei loro alleati regionali. Un altro elemento critico, come anticipato, è il rapporto di Trump con le Nazioni Unite. L'idea, ventilata da ambianti dell'amministrazione statunitense, che il Board possa trasformarsi in un organismo parallelo o alternativo all'Onu segna uno spostamento politico rilevante: si passerebbe da una mediazione multilaterale a un formato selettivo, sotto il controllo degli Stati Uniti, in cui la legittimità non deriva da alcun mandato universale ma solo da inviti e alleanze politiche.
In questo quadro qui, il rischio più grande è che quindi la parola "pace" venga utilizzata come dispositivo politico per chiudere prematuramente la fase del conflitto, normalizzando ciò che avviene sul terreno. Una pace disegnata dall'alto che procede più veloce della realtà e che rischia di diventare, più che una soluzione, una copertura.