Cosa succede ai migranti quando compiono 18 anni: ogni mese un migliaio rischia di sparire dai radar

L’odore di legna appena tagliata si mischia a quello di sigaretta. Tra sedie al contrario, pezzi di porte e tavole di legno, sei ragazzi chiacchierano in attesa dell’inizio della lezione. È una giornata calda, come spesso qui a Palermo, ma il capannone mantiene una temperatura piacevole in confronto a quella esterna.
Saikou Touray sta seduto aspettando di iniziare a lavorare, “ho 19 anni” – dice – “e sono scappato dal Gambia. Ma avevo 17 anni il 12 settembre 2023, quando sono arrivato a Lampedusa. Lì è stato un incubo, da Lampedusa mi hanno spostato in un centro per minori vicino Palermo, ma quando sono diventato maggiorenne mi hanno detto che in quel centro non potevo più stare e il 29 maggio mi hanno messo in un altro centro per adulti”. Touray ha ancora un volto bambino ma la disillusione di chi ha già smontato il sogno dell’Italia, del paese dei diritti. A Lampedusa quel settembre di due anni fa, più di 11mila persone sono arrivate in soli quattro giorni, c’era gente ovunque e l’hotspot di Contrada Imbriacola è arrivato a contenere un numero fino a venti volte la sua capacità. I minori allora rimanevano per giorni se non settimane bloccati dentro quell’incubo, e Fanpage.it aveva raccontato alcune delle loro storie. Poco si sa, però, di ciò che è avvenuto dopo, del percorso di accoglienza destinato a questi ragazzi e a tutti i minori stranieri non accompagnati che arrivano in territorio italiano.

Touray, come tanti altri, al compimento della maggiore età è stato mandato via dal centro per minori che l’ospitava, senza documenti e senza sapere cosa avrebbe dovuto fare dopo. Sono moltissimi i ragazzi che nella sua stessa condizione finiscono per strada, che restano senza documenti in centri per adulti da cui scappano, o che nei centri per adulti non ci arrivano mai. Giovanissimi stranieri che per sopravvivere finiscono nelle mani della criminalità organizzata o dello sfruttamento nelle campagne siciliane.
Ogni mese, circa un migliaio di ragazzi rischiano di sparire dai radar del sistema d'accoglienza: tra i 16.187 minori stranieri non accompagnati presenti in Italia (secondo i dati del Ministero del Lavoro aggiornati a marzo), oltre la metà – il 54,7% – ha 17 anni. Basta un compleanno, e il sistema di accoglienza non li considera più. Lo si vede chiaramente guardando ai numeri di chi “esce di competenza” – un modo burocratico per dire che lo Stato non ha più obblighi nei loro confronti: a marzo sono stati 984, a febbraio 1.014, a gennaio quasi duemila. Ragazzi che diventano adulti solo sulla carta: restando però soli, vulnerabili, facile preda dello sfruttamento.
“Adesso ho il permesso di soggiorno – continua Touray – sono fortunato perché nel centro di accoglienza mi hanno indirizzato a questo corso di falegnameria e adesso ho imparato un mestiere. Prima non sapevo fare niente, adesso ho capito come fare tante cose, e nel frattempo sto studiando per prendere la terza media. So che la vita non è facile, quindi è importante che appena finisco la scuola io cerchi un lavoro che mi permetta di vivere bene, per questo dopo il corso vorrei fare il saldatore”. Si alza e indica una sedia: “guarda, questa l’ho fatta io”, dice sorridendo. Intanto ringrazia Matteo Marini, l’insegnante di artigianato del legno e dei metalli, e Giorgio Rausa, della fondazione Yolk, che in collaborazione con LiscaBianca e Al Revés, hanno portato avanti il progetto craftworld di inclusione sociale e orientamento al lavoro per migranti. Questo ha come obiettivo fornire delle conoscenze, delle competenze ma anche un tessuto sociale ai minori stranieri non accompagnati, ai neo diciottenni salvati dalla strada e in generale a persone migranti che si trovano nei centri d’accoglienza di Palermo.

Bakary invece viene dal Gambia, anche lui neo diciottenne è arrivato in Italia nel giugno del 2023, quando era ancora un minore. “Mi serviva un lavoro per mandare i soldi a casa”, racconta, “nessuno mi ha indirizzato al lavoro prima di adesso e senza documenti posso solo fare lavori in nero. Qui ho imparato molte cose, so tagliare, saldare, vorrei fare il saldatore appena otterrò i documenti. Il corso mi ha aiutato anche emotivamente, qui ho trovato delle belle persone e dei nuovi amici, con cui ho fatto molta esperienza”.
Youla Mouctar di anni ne ha 24 anni, ma ha il viso di chi ne ha molti di più. È fuggito dalla Guinea Conakry e due mesi fa ha iniziato anche lui a lavorare il legno: “Avevo bisogno di fare qualcosa e la psicologa mi ha consigliato di venire qui, una psicologa privata che lavora con i migranti. Amo questo genere di mestiere che è sottovalutato da molte altre persone, qui ho imparato qualcosa, essere in Italia senza fare niente non è una cosa possibile, non posso stare fermo in comunità aspettando che qualcuno mi dia un lavoro in mano – per questo mi ha aiutato essere qui. Il lavoro in un posto nuovo per forza ti aiuta a conoscere altra gente, ma l’importante è creare rapporti solidi con le persone che hai attorno. Questo corso mi ha salvato la vita”.

A una decina di minuti da qui, tra i clacson delle macchine e i bambini che escono da scuola, Rosalba Romano muove freneticamente le mani tra la stoffa. Romano è una socia fondativa della cooperativa Al Revés che ha fatto di questo stabile confiscato alla mafia una sartoria sociale. Lei gestisce tutto qui dentro, compresi i ragazzi che dopo il corso sono stati assunti per lavorare in sartoria.
Obukata Victory è fuggito dalla Nigeria, ha 24 anni ed è arrivato in Italia quando ne aveva 17: “Sono stato nel centro per minori per quattro mesi, poi mi hanno trasferito a Palermo in un centro per adulti. Sono stato tre mesi in Libia prima di attraversare il Mediterraneo, è stato un incubo. Quando stavo nel centro per minori avevo un tutor, poi quando ho fatto 18 anni e mi hanno trasferito per me è stato molto difficile perché di punto in bianco non avevo più nessuno che si prendeva cura di me, potevo parlare solo con l’avvocato”.
“Nel mio paese ho studiato fashion design” – continua – “Se lavorerò in una industria di borse sarò quello che fa le stampe. Questo corso mi ha salvato la vita, mi ha dato nuove opportunità e adesso ho un contratto nella sartoria”, conclude prima di fuggire in serigrafia.

Diomande Matinnin ha 21 anni ed è fuggita dalla Costa d’Avorio insieme alla figlia e al marito. In Italia, però, arriva da sola con la figlia di tre anni e un’altra in grembo. “Nel 2021 siamo scappati, dal Mali, passando per l’Algeria, fino alla Tunisia dove siamo rimasti per tre mesi. Qui ci hanno cacciati di casa, la polizia tunisina ci diceva che saremmo dovuti tornare in Costa d’Avorio, hanno preso mio marito e hanno deportato me e la bambina nel deserto. Dormivamo sotto gli alberi d’ulivo”, racconta, “due volte ho provato ad attraversare il Mediterraneo da sola, la guardia nazionale tunisina ci ha riportati indietro, sono morte tante persone. Mio marito è ancora in Tunisia”, racconta la donna mentre stampa su una maglietta bianca una fantasia floreale.

“Ricordo come fosse oggi quando sono arrivata a Lampedusa, mi fecero evacuare subito perché dopo tre giorni in mare rischiavo di perdere la bambina che avevo in grembo. Il 28 agosto ci trasferirono a Palermo e due mesi fa ho iniziato questo corso. Qui ho imparato ad usare il pc, a fare le stampe nei vestiti, vorrei continuare a fare questo lavoro ma da sola con le bambine è molto difficile”.
Laddove lo Stato è assente la società civile mette ancora una volta una toppa, spesso nel vero senso della parola, come nel caso della Sartoria Sociale di Palermo. I corsi di falegnameria, sartoria e stampa su tessuti sono terminati il mese scorso e hanno dato un mestiere in mano a venti persone migranti, ma resta in sospeso il futuro di altre centinaia di migliaia di minori e non solo, che sono già sul nostro territorio o che arriveranno presto in Sicilia.