La regola del silenzio elettorale, ai tempi dei social network, sembra ormai oltrepassata. Molti leader politici non rispettano questa norma. In primis, il leader della Lega, Matteo Salvini, che ormai a tutti gli appuntamenti elettorali invita a votare per il suo partito su Facebook e Twitter, come ha fatto anche oggi. Sfruttando una sorta di vuoto normativo sul silenzio elettorale. Vediamo, quindi, come funziona questa norma. Il venerdì, se il voto è previsto come sempre avvenuto di recente la domenica, si chiudono le campagne elettorali con gli ultimi comizi. Poi il silenzio elettorale vale sia per sabato che per domenica, giorno del voto. Perché esiste questa regola? È stata introdotta per permettere ai cittadini di riflettere almeno un giorno sul voto, senza essere subissati da messaggi di propaganda. Il principio del silenzio elettorale esiste anche in altri Paesi come Francia e Spagna, ma non nel Regno Unito o negli Stati Uniti. Vale lo stesso principio per tutte le elezioni, anche quelle regionali del 26 gennaio 2020.

La legge sul silenzio elettorale

Il silenzio elettorale è disciplinato dalla legge n. 212 del 4 aprile 1956, poi più volte modificata. Tra cui l’ultima volta nel 1984 per introdurre le stesse regole anche per le emittenti radiotelevisive private. La legge prevede che il giorno in cui si vota e quello precedente non è possibile fare propaganda in tv e in radio, non si possono tenere comizi in luoghi aperti al pubblico e non si può effettuare propaganda elettorale entro 200 metri dai seggi. Ecco cosa prevede il testo normativo:

Nel giorno precedente e in quelli stabiliti per le elezioni sono vietati i comizi e le riunioni di propaganda elettorale diretta o indiretta, in luoghi pubblici o aperti al pubblico, nonché la nuova affissione di stampati, giornali murali o altri o manifesti di propaganda o l’applicazione di striscioni, drappi o impianti luminosi. Nei giorni destinati alla votazione è vietata, altresì, ogni propaganda elettorale entro il raggio di 200 metri dall’ingresso delle sezioni elettorali.

Cosa succede sui social

La legge, però, risale a tempi ormai molto lontani e non fa alcun riferimento a internet e ai social network, che allora neanche esistevano. Motivo per cui esiste un vuoto legislativo che permette a molti leader di fare propaganda sui social senza incorrere in sanzioni. Ed è sicuramente questo il caso di Salvini, che lo ha fatto in tutte le ultime tornate elettorali. Non esistono precedenti né sentenze che possano aiutare a capire come agire, quindi non è chiaro se l’applicazione della legge debba essere estesa ai social o meno. Per provare a colmare parzialmente questo vuoto è intervenuta anche l’Autorità per le garanzie nella comunicazione con delle linee guida pubblicate a maggio 2019 per le elezioni europee che si sono svolte in quel mese. Si trattava, però, solo di linee guida, non essendo l’Agcom “competente a conoscere delle fattispecie di violazione del silenzio elettorale”, ma volendo comunque “richiamare l’attenzione su queste disposizioni che si fondano su principi strumentali a garantire una effettiva tutela dell’elettore e, come tali, validi per ogni mezzo di diffusione”.

Chi vigila sul silenzio elettorale

Il compito di vigilare sul rispetto del silenzio elettorale spetta al ministero dell’Interno, nello specifico alla Direzione centrale dei servizi elettorali, che fa parte del Dipartimento per gli affari interni e territoriali. Compito di questa Direzione è quella di pensare agli adempimenti e a tutta l’organizzazione relativa a elezioni e referendum. Nello specifico, ecco qual è il compito di questo dipartimento del Viminale: “La struttura svolge la funzione di supporto giuridico e tecnico-organizzativo agli uffici elettorali delle prefetture e dei comuni sui procedimenti elettorali, sulla tenuta e revisione delle liste elettorali e in materia di vigilanza sulla propaganda elettorale”.