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Il 2 aprile del 2014 la Camera ha approvato in via definitiva la depenalizzazione del reato di immigrazione clandestina. Il provvedimento si trovava all'interno del pacchetto "Legge delega sulle pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio", che obbligava – tra le altre cose – il governo a cancellare con un decreto legislativo il "reato di ingresso e soggiorno reato di ingresso e soggiorno irregolare nel territorio dello Stato", introdotto nel 2009 quando il ministro dell'Interno era Roberto Maroni, per volere di Lega Nord e Popolo delle libertà. Una legge che punisce la condizione di irregolarità con una pena da cinquemila a diecimila euro.

Nonostante sia stata prevista una depenalizzazione solo del primo ingresso – il reato, infatti, resta per i recidivi – il sì definitivo della Camera aveva prodotto una certa soddisfazione nell'opinione pubblica, che aveva salutato con favore l'abolizione di un reato considerato inutile e inefficace. Solo la Lega Nord – che insieme a M5s e Fratelli d'Italia aveva votato contro – ha espresso il suo dissenso, provando anche a indire un referendum per ripristinare il reato (che però non si è mai fatto per mancanza di firme).

A oltre un anno di distanza dall'approvazione della depenalizzazione, però, alla volontà del Parlamento non è seguita alcuna azione concreta e il reato di immigrazione clandestina è ancora in piedi. La legge delega approvata ad aprile 2014, infatti, dava al governo 18 mesi per emanare il decreto legislativo che depenalizzasse l’ingresso e il soggiorno irregolare. I termini stanno per scadere, e da Palazzo Chigi tutto tace.

Lo scorso aprile, Amnesty International Italia, Asgi, A buon diritto e Medici per i diritti umani hanno sollecitato il governo, scrivendo una lettera al presidente del Consiglio Matteo Renzi. Essendo già passati dodici mesi, le associazioni chiedevano di "dare seguito quanto prima all’incarico ricevuto, procedendo alla cancellazione, definitiva e completa, del reato di immigrazione irregolare dall'ordinamento".

A luglio di quest'anno, in un'audizione in commissione Affari costituzionali al Senato, il ministro Orlando ha parlato del reato di clandestinità, definendolo "inefficace, con una capacità limitata, se non nulla, di deterrenza". "L'abrogazione del reato di immigrazione clandestina non solo comporterà un risparmio di risorse, giudiziarie e amministrative – ha detto il ministro – ma produrrà anche effetti positivi per l’efficacia delle indagini in materia di traffico di migranti e favoreggiamento all'immigrazione clandestina". Per Orlando, già questa estate, i tempi erano maturi per l'abolizione e il delegato delegato già pronto, in attesa solo dell'ultimo step. Dovevano essere gli ultimi giorni, da allora, però, nessun segnale.

Un mese dopo, ad agosto, l'Ansa ha battuto la notizia che il reato di clandestinità era ancora in vita: "Secondo quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi, il governo non ha ancora esercitato la delega contenuta nella legge n.67 del 2014 che affidava all'esecutivo il compito di abolire il reato di clandestinità introdotto nell'ordinamento dalla Lega nel 2009. La legge venne pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 5 maggio 2014 e la delega scade a ottobre. Il testo sarebbe da tempo sul tavolo del Guardasigilli Orlando".

"In realtà sembra quasi che governo non voglia esercitare la delega", spiega Guido Savio, avvocato dell'Asgi – Associazione per gli studi giuridici sull'immigrazione. Il fortissimo ritardo con cui si muove il governo non è senza conseguenze: "Continuiamo a tenerci un reato che non serve ed è dispendioso – ha aggiunto Savio – Ingolfa le procure e lo Stato spende un sacco di soldi per un processo inutile, che è di competenza del giudice di pace e prevede pene pecuniarie che nessuno paga. Se il condannato è nullatenente lo Stato non può rivalersi per pignorare i beni, perché stiamo parlando di irregolari, che non hanno beni o sicuramente non li hanno alla luce del sole. Nella maggioranza dei casi, poi, sono processi in contumacia, che iniziano un anno dopo la denuncia".

Ma la mancanza del decreto produce effetti anche sulla condizione dei migranti. Nonostante il Parlamento si sia espresso per la depenalizzazione, infatti, il migrante continua a essere considerato come un criminale perché irregolarmente in Italia. Una condizione che di certo non incentiva il rivolgersi alle forze dell'ordine per fare, ad esempio, una denuncia in casi di sfruttamento, caporalato o schiavitù.

Secondo l'avvocato Savio, dietro questo ritardo c'è una scelta politica: "Io ipotizzo che la delega non venga esercitata perché in questo momento è politicamente più opportuno fare così. Se venisse abolito il reato di immigrazione clandestina, si darebbe il destro ai soliti di fare le solite accuse". Ritardo o inerzia, per il momento resta in vita un reato che, conclude Savio, "nessuno sa cosa preveda, ma è sempre spendibile nell'immaginario collettivo".