L'intesa sull'autonomia differenziata sembra essere ancora lontana. Al vertice di governo la maggioranza si è divisa sulla questione delle gabbie salariali, una misura che sarebbe stata proposta dalla Lega ma che il Movimento Cinque Stelle ha definito "totalmente inaccettabile". Si tratta di un sistema di calcolo dei salari che calibra gli stipendi in base al costo della vita di un particolare territorio: in altre parole, hanno sintetizzano fonti pentastellate, "alzare gli stipendi al Nord e abbassarli al Centro-Sud". Secondo il Movimento, "una simile proposta spaccherebbe il Paese e la consideriamo discriminatoria e razzista". E ancora: "Impedirebbe ai giovani di emanciparsi, alle famiglie di mandare i figli a studiare in altre università. Diventerebbe difficile e costoso anche prendere un treno da Roma e Milano".

La ministra per gli Affari regionali e le Autonomie, Erika Stefani, nega la proposta: "Non c'è nessuna gabbia salariale. Si tratta di strumenti previsti che esistono già nel nostro ordinamento e di incentivi previsti dalla contrattazione integrativa, per incentivare la permanenza e la continuità formativa". Insomma, uno strumento per far fronte alla "carenza d'organico dovuta alla richiesta di riavvicinarsi a casa", continua Stefani, sottolineando che "tra uno che lavora vicino casa e uno che deve munirsi di un appartamento a Milano è ovvio che c'è una certa differenza".

Le gabbie salariali nella storia

In Italia le gabbie salariali sono esistite per oltre un ventennio, nel secondo dopoguerra, prima di essere abolite in quanto, secondo molti, alimentavano il divario fra il Nord e il Sud del Paese. Nel dicembre del 1945 furono introdotte in seguito ad un accordo raggiunto fra industriali e organizzazioni dei lavoratori. Inizialmente entrarono in vigore solo nel Settentrione, ma nel 1954 vennero estese a tutta Italia. Nella prima fase, ci fu una suddivisione in 4 zone del territorio, su cui basare i diversi parametri salariali. Si passò quindi a 14 aree diverse, fra cui le differenze di stipendio potevano anche raggiungere tassi del 30%. Negli anni Sessanta, vennero ridotte le aree, ma ciò non frenò le lotte sindacali che iniziavano a considerarle discriminatorie e un fattore incisivo nel determinare il gap fra le regioni del Nord e quelle del Sud. Così, nel 1969 si decise di cancellare le gabbie salariali, che furono ufficialmente abolite nel 1972.

Ricordando il corso degli eventi passati, il M5S ha sottolineato i "pessimi risultati" del passato per cui la misura fu "abolita nel 1972". Secondo il Movimento quindi "reintrodurre le gabbie salariali significherebbe riportare l'Italia indietro di mezzo secolo. Follia pura". Negli ultimi anni, comunque, non è la prima volta che si torna a parlare della misura. Nel 2005 la Lega era tornata sulla questione ipotizzandola nel quadro di rinnovo dei contratti dei dipendenti pubblici. Nel 2009, invece, Umberto Bossi, ne aveva fatto una delle priorità del Carroccio.

Le critiche alle gabbie salariali

"Le gabbie salariali sono sinonimo di diseguaglianza e di divisione. Un disegno che non ha come fondamento la solidarietà: lascia indietro i più poveri e favorisce i più ricchi. Per questo ci siamo battuti per la loro abolizione e ci batteremo sempre affinché non vengano ripristinate", ha commentato in una nota la Cgil, intervenendo sulla questione. "Una proposta anacronistica e sbagliata che non va nella direzione giusta, ossia quella di favorire lo sviluppo e la crescita del Paese. Le uniche strade percorribili sono l’aumento dei salari per tutti, attraverso la contrattazione, e la riduzione dell’imposizione tributaria per i lavoratori e per i pensionati. Solo così si potranno favorire i consumi e l’economia potrà ripartire", ha continuato la Confederazione italiana del lavoro, aggiungendo che la misura comporta un serio rischio di inasprimento "dei conflitti sociali con la creazione di nuovi disallineamenti e l'incentivazione delle emarginazioni con il conseguente abbandono di interi territori".

Secondo Annamaria Furlan, leader della Cisl, "con le gabbie salariali siamo proprio nell'antistorico". In ogni caso, la questione mette ancora una volta in evidenza come siano reali le discrepanze del governo in tema di salari. Se effettivamente la Lega dovesse mettere sul tavolo della discussione le gabbie salariali, troverebbe sicuramente un'opposizione ferma da parte dell'alleato nell'esecutivo, che spinge invece per la realizzazione del salario minimo, sottolineando la necessità di innalzare i minimi dei contratti nazionali collettivi.