Caso Visibilia: la Consulta ammette il ricorso del Senato su mail e audio di Daniela Santanchè

Un primo, importante punto a favore della difesa di Daniela Santanchè rischia di congelare l'udienza preliminare sull'inchiesta Visibilia, in cui la senatrice è imputata per una presunta truffa aggravata ai danni dell'Inps legata alla gestione della cassa integrazione Covid. La Corte Costituzionale ha infatti dichiarato "ammissibile" il ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dal Senato contro la Procura di Milano. Per capire cosa sta succedendo, bisogna tradurre il linguaggio giuridico: la Consulta non ha ancora dato ragione a nessuno, ma ha stabilito che il problema sollevato è serio e va discusso. Il cuore della faccenda è tutto qui: i magistrati possono usare come prove le email e i file audio di una parlamentare se questi sono stati scambiati o registrati da privati cittadini, senza che la Procura abbia mai attivato delle vere e proprie microspie? Per il Senato la risposta è no, perché si viola l'immunità; per i pm di Milano la risposta è sì, perché loro non hanno intercettato nessuno, hanno solo ricevuto il materiale.
Caso Visibilia, le prove nel mirino della Procura: mail e "audio occulti"
Al centro dello scontro istituzionale c'è l'inchiesta per la presunta truffa sui fondi della cassa integrazione Covid durante la pandemia. Per dimostrare che l'ex ministra fosse pienamente consapevole delle presunte irregolarità nella gestione del gruppo Visibilia, la Procura si basa su due elementi: una serie di email in cui la senatrice era in copia e, soprattutto, alcune registrazioni audio.
Questi file audio sono stati registrati di nascosto da un ex dipendente della società durante riunioni e colloqui privati (avvenuti anche in casa della Santanchè tra il 2019 e il 2022) e poi consegnati spontaneamente ai magistrati.
Lo scontro costituzionale: immunità contro autonomia dei pm
La tesi della difesa, sostenuta dagli avvocati Salvatore Pino e Nicolò Pelanda, si appella all'articolo 68 della Costituzione. Questa norma dice chiaramente che per intercettare un parlamentare o sequestrare la sua corrispondenza serve l'autorizzazione della Camera a cui appartiene. Il problema è che la legge è nata prima dell'era degli smartphone e dei messaggi digitali. I pm milanesi sostengono di aver agito correttamente: non hanno piazzato cimici e non hanno ordinato alcun sequestro; si sono limitati ad acquisire file che un testimone ha portato di sua iniziativa. Il Senato, al contrario, rilancia con una linea molto più rigida: la privacy e le comunicazioni di un parlamentare sono protette "a prescindere". Se un magistrato si ritrova in mano materiale che scava nella vita privata di un senatore, deve fermarsi e chiedere il permesso a Palazzo Madama, anche se quel materiale glielo ha regalato un terzo.
Cosa succede adesso: tempi più lunghi per il processo
Con questa ordinanza, firmata dai giudici Amoroso, Pitruzzella e Di Bernardini, la Consulta apre ufficialmente il contenzioso. L'inevitabile effetto collaterale di questa decisione sarà un sensibile allungamento dei tempi della giustizia a Milano: il giudice dell'udienza preliminare, con ogni probabilità, dovrà cioè ora attendere il verdetto definitivo della Corte Costituzionale prima di poter decidere se mandare o meno a processo Daniela Santanchè.