Case occupate, nuova stretta della Lega nel decreto sicurezza: le ipotesi su sgomberi immediati

Dopo i disordini del 31 gennaio a Torino, scoppiati durante il corteo contro lo sgombero di Askatasuna, il tema della sicurezza torna a occupare, ancora una volta, l'agenda della maggioranza. In vista dell'arrivo in Consiglio dei ministri del nuovo pacchetto di misure, annunciato dal ministro dell'interno Matteo Piantedosi, la Lega rilassa rilanciato infatti la propria linea contro le occupazioni abitative, con l'obiettivo di accelerare gli sgomberi, estendendo le procedure già introdotte nel 2025 anche alle seconde e terze case occupate abusivamente.
Case occupate, cosa dice la proposta della Lega su sgomberi rapidi e senza distinzioni
A parlarne è stato il vicepremier Matteo Salvini, che dalla conferenza di Confedilizia a Napoli ha chiesto "sgomberi immediati per tutte le case", senza distinzioni. Una posizione che arriva a pochi mesi dall'entrata in vigore del reato di occupazione arbitraria di immobile destinato a domicilio altrui, che prevede pene fino a sette anni di carcere e una procedura d'urgenza per il rilascio dell'immobile. Ora per il Carroccio, quella procedura dovrebbe diventare la regola per ogni tipologia di abitazione.
Forza Italia ha aperto all'ipotesi di inserire addirittura la norma direttamente nel decreto sicurezza per velocizzare l'iter, mentre Fratelli d'Italia starebbe lavorando già a una proposta parallela sugli sfratti, che mira a ridurre ancora le garanzie procedurali: via il preavviso di rilascio, sfratto esecutivo in dieci giorni, con un solo possibile rinvio (e solo in casi eccezionali) in presenza di persone fragili. Una convergenza che racconta insomma come, all'interno della maggioranza, la questione abitativa venga affrontata prevalentemente attraverso strumenti di ordine pubblico.
La mancanza di un piano di politiche abitative
Il tema delle occupazioni, non può essere letto però esclusivamente come una questione di sicurezza. Per comprendere la portata è necessario infatti ricostruire il contesto in cui questo "fenomeno" si è sviluppato. A partire dagli anni Novanta, il sistema delle politiche abitative italiane ha subito una progressiva contrazione. Con la chiusura del fondo Gescal, destinato alla costruzione di edilizia residenziale pubblica, e con il superamento dell'equo canone, lo Stato ha ridotto in modo significativo il proprio intervento sia nella produzione di alloggi pubblici sia nella regolazione del mercato degli affitti. Da allora, la crescita del patrimonio abitativo accessibile non ha tenuto il passo con l'aumento della domanda, mentre il mercato privato, invece, ha assunto un ruolo sempre più centrale nella determinazione dei costi dell'abitare. Nel corso degli anni questo assetto ha prodotto effetti profondamente misurabili: allungamento delle graduatorie per l'accesso alle case popolari, l'aumento dei canoni di locazione, una crescente distanza tra redditi e costi dell'abitazione. Un quadro reso più fragile dal fatto che, nello stesso periodo, i salari reali non hanno registrato incrementi in linea con il costo della vita.
Le occupazioni come risposta sociale
È in questo contesto che, soprattutto nelle grandi città, le occupazioni abitative si sono diffuse come una delle risposte praticate da famiglie escluse sia dal mercato privato sia dall'accesso all'edilizia pubblica. Un fenomeno eterogeneo, che ha riguardato immobili pubblici e privati lasciati vuoti per lunghi periodi, e che nel tempo ha coinvolto nuclei familiari, lavoratori precari, persone sfrattate o in attesa di una soluzione abitativa. Dal punto di vista giuridico, il tema si intreccia poi con il principio della funzione sociale della proprietà, richiamato dall'articolo 42 della Costituzione, secondo cui il diritto di proprietà è riconosciuto e garantito, ma nei limiti e con i vincoli stabiliti dalla legge per assicurarne l'utilità sociale. Un riferimento che nel dibattito pubblico viene spesso evocato proprio in relazione all'uso residenziale degli immobili e al problema degli alloggi inutilizzati a fronte di un fabbisogno abitativo crescente
Roma come osservatorio della crisi abitativa
Roma è un osservatorio emblematico di questa crisi strutturale: qui l'emergenza abitativa è infatti una condizione che si è stratificata nel tempo, intrecciata con trasformazioni urbanistiche, economiche e sociali di lungo periodo. La città, progressivamente deindustrializzata e sempre più orientata verso il turismo e la rendita immobiliare, ha visto via via ridursi gli spazi destinati all'abitare stabile, soprattutto per le fasce di reddito medio e basso. Stando ai dati più recenti, ogni anno nella Capitale vengono emesse oltre tremila sentenze di sfratto: parliamo di sei, otto famiglie al giorno che ricevono un ordine di rilascio. Nella maggior parte dei casi si tratta di sfratti per morosità, spesso legata all'aumento dei canoni di locazione, alla precarietà lavorativa o alla perdita del reddito. Sul versante dell'edilizia residenziale pubblica, la sproporzione tra domanda e offerta è ormai profondamente consolidata. Oggi a Roma risultano in graduatoria circa 18.500 nuclei familiari, oltre 50 mila persone in attesa di una casa. Molti di loro aspettano da più di dieci anni. Nel 2024 gli alloggi popolari assegnati sono stati poco più di ottanta in un anno: una casa ogni quattro giorni, a fronte di una domanda che cresce quotidianamente. Di questo passo, insomma, l'attesa è ormai diventata una condizione permanente. Parallelamente, è cresciuto anche il numero delle persone prive di una sistemazione stabile. A Roma si stimano infatti circa 22 mila persone senza dimora, un insieme eterogeneo che comprende chi vive stabilmente in strada, chi trova riparo in strutture temporanee e chi è costretto a soluzioni abitative informali.
Il problema degli affitti per gli studenti fuori sede
Accanto a questa condizione di marginalità estrema si sviluppa un'area più ampia e meno visibile, fatta di occupazioni abitative formali e informali, spesso collocate in immobili pubblici o privati dismessi e lasciati vuoti per anni. Un fenomeno che interessa anche la popolazione studentesca: a fronte di circa 85 mila studenti fuori sede presenti in città, i posti letto pubblici o calmierati sono infatti oggi solo alcune migliaia. Per la maggioranza, l'accesso all'abitare avviene attraverso il mercato privato, spesso caratterizzato da canoni elevati, contratti irregolari e condizioni di sovraffollamento, con un impatto diretto sulla sostenibilità economica degli studi.
La stretta sugli sgomberi e le politiche punitive
È in questo quadro che la stretta sugli sgomberi assume una valenza che va oltre il dato normativo. Negli ultimi mesi la Lega ha accompagnato l'approvazione del decreto sicurezza con una campagna visiva profondamente aggressiva, culminata nei manifesti, poi rimossi dal Comune di Roma, che promettevano sgomberi "in 24 ore", associando l'occupazione a stereotipi etnici e sociali. Una comunicazione che ha trasformato una questione complessa in un messaggio punitivo, semplificato e così facilmente spendibile sul piano politico.
Non è un caso che, accanto alle proposte repressive, il governo torni a evocare un piano casa che tarda a materializzarsi. Il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti ha infatti parlato di circa 4 miliardi di risorse mobilitate per l'edilizia residenziale pubblica, sociale e convenzionata, e di un possibile censimento degli immobili abbandonati. Ma, a oggi, gli interventi restano frammentati, lenti, incapaci di colmare il divario accumulato in decenni di dismissioni. Secondo i dati nazionali, nel 2024 in Italia sono stati emessi oltre 40 mila provvedimenti di sfratto, circa la metà dei quali concentrati nei capoluoghi di provincia, mentre le famiglie in attesa di un alloggio pubblico sono ancora oltre 650 mila. In totale, le famiglie in condizioni di disagio abitativo sono oggi circa un milione e mezzo: significa che una famiglia su quattro nelle grandi aree urbane, banalmente, fatica a permettersi un affitto dignitoso o vive in alloggi sovraffollati e precari.