
Attesa. È una parola che molte persone dovrebbero stamparsi in testa quando succede qualcosa. Perché commentare a caldo, spinti soprattutto dalle pressioni altrui, spesso non è una buona cosa. E, anzi, porta a prendere delle grosse cantonate.
Mi riferisco chiaramente al tema del momento, ossia gli scontri susseguitisi al termine del corteo per Askatasuna, che ha visto la partecipazione di oltre 50mila persone provenienti da tutta Italia. Un corteo partecipatissimo, un fiume umano deciso a resistere a un disegno che punta a fare terra bruciata attorno a ogni forma di opposizione sociale, trasformando il dissenso in un problema di sicurezza e qualsiasi critica alla repressione in un presunto assalto agli organi dello Stato. Fino a evocare, immancabile, lo spettro del terrorismo.
Cosa succede? Partendo dal principio, succede che il Governo è intervenuto a gamba tesa in una trattativa aperta dal Comune per una risoluzione condivisa della vicenda Askatasuna, sgomberando lo spazio con una prova di forza volta a spostare l’attenzione dai tanti problemi irrisolti di cui non è stato in grado di occuparsi, al pericolo interno dei ‘centri sociali'. Viene convocato un corteo nazionale al termine del quale si verificano scontri e disordini. Succede che Salvini invoca la cauzione per chi manifesta, la destra tutta invoca immediatamente un inasprimento delle misure di sicurezza. Succede che si tirano in ballo le Brigate Rosse. Succede che la premier Giorgia Meloni – e questo ci dovrebbe far riflettere – suggerisce addirittura ai magistrati eventuali reati da attribuire ai manifestanti. Succede che i suoi ministri, quando i magistrati contestano un reato, chiedano un aggravio del capo d’imputazione: se non vi fosse chiaro si tratta, come ha scritto il direttore Francesco Cancellato in questo editoriale, di un’invasione di campo pericolosissima, con il Governo che prova a piegare l’autonomia della magistratura ai propri obiettivi politici.
Ora: le immagini del poliziotto picchiato non sono belle, su questo penso siamo tutti d’accordo. Ma c’è un pezzo che manca, ed è stato ricostruito dalla giornalista Rita Rapisardi, che ha assistito a tutta la scena. “In corso Regina ormai erano in pochi. Sono tornata indietro per controllare, si parla di 20-30 persone al massimo. Mi affaccio e arrivano lacrimogeni ad altezza uomo (cosa vietata), una ragazza di fianco a me viene colpita, un altro batte sull’angolo del muro e mi sfiora. Indietreggiamo, capisco che da lì sono un bersaglio, quindi torno sul corso e mi nascondo tra le auto. A questo punto vedo arrivare da sinistra una squadra di venti agenti in antisommossa che corrono per manganellare quei dieci più vicini, ormai deboli di numero. Sono pronta ad urlare ‘stampa’, convinta le avrei prese anche io, abituata a vestirmi sempre di nero poi. Uno di questi esce dallo schieramento, parte da solo e si allontana di 15 metri, per inseguire un paio di persone, mi pare una avesse un’asta in mano. Le inizia a manganellare, uno finisce a terra. Altri manifestanti arrivano in soccorso prendono il poliziotto e lo sbattono via, lui cade a terra e da lì ci sono quei secondi immortalati dal video ormai virale. Perde casco non allacciato e poi i due colpi di martelletto (non martello). Mi giro e guardo la squadra, nessuno arriva a salvarlo, eppure l’hanno visto. Intanto da dietro arrivano delle urla, ‘basta, basta, lasciamolo stare’. I militanti si allontanano e finalmente arriva un collega. In due poi lo trascinano via. Doppia ritirata, a quel punto mi allontano anche io, non era rimasto più nessuno”. Il poliziotto, comunque, sta bene. È stato dimesso, ha ricevuto subito la visita di Giorgia Meloni e – fortunatamente – non ha riportato contusioni serie. Un ragazzo di 22 anni è stato arrestato per quell’aggressione, con l’accusa di concorso in lesioni, nonostante la premier e il suo entourage chiedono – ripeto, cosa gravissima – l’aggravio del capo d’accusa in tentato omicidio.
Da giorni non si fa altro che parlare del video del poliziotto. Tutto il resto viene ignorato: i lacrimogeni lanciati ad altezza uomo, i manifestanti aggrediti e lasciati in terra con le teste aperte, le persone a cui è stato impedito il soccorso. Delle migliaia di persone terrorizzate dalle cariche, rincorse e gettate a terra per essere picchiate, non interessa a quei politici, il cui unico obiettivo è ora portare a casa un inasprimento delle misure di sicurezza.
Chiunque abbia un minimo di dimestichezza con le piazze (e credo che la polizia ce l’abbia) sa che spaccare un corteo in due non è esattamente una genialata ed è preludio non allo scioglimento pacifico della piazza, ma a caos, paura e confusione. Vorrei capire perché di questo non si parli, perché non si chiedano le dimissioni di Piantedosi, e perché le violenze subite indiscriminatamente da chi sabato era al corteo per Askatasuna non hanno dignità di essere raccontate.
La verità è che dinanzi a una destra che punta all’inasprimento delle misure di sicurezza e a una contrazione sempre più forte dei diritti civili, politici e sociali, non abbiamo una sinistra minimamente all’altezza e in grado di tenere la barra dritta e denunciare questi tentativi. Non c’è stata una sola figura politica di sinistra capace di dire che quanto è successo sabato viene usato dal governo in modo strumentale, con i poliziotti feriti ridotti a strumenti di propaganda e a pretesto per attaccare la magistratura in vista del referendum. Non c’è stata una sola figura politica di sinistra in grado di sottrarsi a questo gioco, evitando di cadere nella trappola della costruzione di un nemico interno utile a giustificare nuove derive autoritarie. Tanto è vero questo che, a differenza di quanto accade in altri Paesi, Meloni ha intercettato perfettamente la debolezza dell’opposizione e ha lanciato un’offensiva politica unitaria pensata per vincere comunque: se la sinistra aderisce alla mozione unitaria, il governo incassa l’immagine di un quadro istituzionale compatto e respinge l’accusa di autoritarismo. Se si oppone, viene immediatamente schiacciata nella narrazione di chi ‘sta coi violenti'. Tutto questo accade proprio perché le opposizioni sono completamente incapaci di articolare una posizione sul dissenso e una critica alla gestione della piazza che riesca ad andare oltre una superficiale quanto scontata condanna della violenza rivolta unicamente ai manifestanti. Una subalternità politica e culturale che rischia di pagare a caro prezzo.
Non è un caso che si stia accelerando sulle nuove misure da inserire nel decreto sicurezza, puntando ad avere anche l’appoggio dell’opposizione. Tutto era ampiamente previsto, pose per la stampa incluse, e quanto accaduto sabato è funzionale al disegno del governo, che oggi può permettersi di parlare apertamente di fermi preventivi prima delle manifestazioni e di scudo penale per le forze dell’ordine, chiamate ad agire di fatto in un regime di sempre maggiore impunità, senza che il loro operato possa essere realmente messo in discussione.
Se l’ICE negli Stati Uniti vi fa orrore, sappiate che non stiamo andando in una direzione diversa. Se non fosse chiaro, è in gioco la tenuta democratica del Paese, almeno in Minnesota qualche rappresentante dem se ne è accorto.