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Arrestati sette organizzatori della Global Sumud Flotilla: il racconto di cosa è successo davvero in Tunisia

La Global Sumud Flotilla si prepara a una nuova missione per Gaza, dove il genocidio non si è mai fermato. Cento imbarcazioni partiranno il 12 aprile per rompere il blocco navale imposto da Israele e portare aiuti nella Striscia. Negli scorsi giorni in Tunisia sette organizzatori della Flotilla sono stati arrestati, e sono partite le campagne diffamatorie. Ecco quali sono i fatti, raccontati dai presenti.
A cura di Martina Comparelli
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Non è ancora partita la nuova missione della Global Sumud Flotilla e già una parte della stampa italiana e internazionale si sta scatenando con una campagna diffamatoria ai danni degli organizzatori. Questa volta il pretesto è l’arresto di 7 attivisti tunisini di Maghreb Sumud Flotilla, movimento parte della coalizione. Ciò che è successo è stato fino ad ora raccontato in modo fumoso, sovrapponendo piani e tirando conclusioni con argomentazioni dubbie o assenti, che mettono in ulteriore pericolo gli attivisti.

I fatti: cosa è successo in Tunisia

I membri dello Steering Committee, il comitato direttivo della Global Sumud Flotilla, si riuniscono a Tunisi per tre giorni di eventi, talk e incontri. Il primo di questi era una marcia pacifica verso il porto di Sidi Bou Said, città a 20 chilometri dalla capitale, previsto per la sera del 4 marzo. L’obiettivo era di rendere omaggio con dei fiori ai portuali che avevano aiutato e supportato la partenza della Flotilla a settembre 2025, ma appena prima della piccola manifestazione di solidarietà, il permesso viene revocato dalle autorità. Poco più di 50 attivisti provano comunque a portare i fiori al porto, ma vengono bloccati dalle forze dell’ordine.

Quello che sembrava essere un confronto teso culmina in una risposta violenta quando sopraggiungono altri membri delle forze dell’ordine con scudi e caschi. Alcuni attivisti svengono, altri riportano ferite. Susan Abdallah, attivista norvegese-palestinese e membro del direttivo, è una dei partecipanti che vengono portati in pronto soccorso. “Sentivo dolore in tutto il corpo e ho chiesto aiuto agli attivisti tunisini. Mi hanno subito dato aiuto, sono stati incredibilmente gentili nel prendersi cura di me”. Abdallah ha ferite in diverse parti del corpo e un dito rotto.

Il giorno successivo, gli attivisti dello Steering Committee di GSF hanno in programma un evento pubblico in un teatro, un momento istituzionale che nel pomeriggio viene però annullato. Gli incontri continuano fino alla mattina successiva, quando gli attivisti si stanno salutando nella hall dell’hotel dove avevano pernottato e, all’improvviso, degli agenti in borghese arrestano Wael Nawar, membro dello Steering Committee. Nelle ore successive, vengono arrestati altri attivisti tunisini di Maghreb Sumud e GSF: Jawaher Channa, Ghassan Henchiri, Ghassan Boughediri, Sana Msahli, Mohamed Amine Ben Nour e Nabil Chennoufi. Le accuse: frode e riciclaggio.

Susan Abdallah
Susan Abdallah

Queste accuse non hanno niente a che fare con la Flotilla

Nonostante si sia attivata subito una macchina del fango internazionale ormai ben oliata, con una fiera partecipazione di alcune testate italiane, è bene sottolineare che i sette attivisti non sono stati arrestati per ciò che è accaduto a Sidi Bou Said né per essere parte della Global Sumud Flotilla. “Sappiamo per certo che l’iniziativa ‘Sail to Gaza 2025' [ndr: la flottiglia dello scorso autunno] non sarebbe partita da Tunisi senza il sostegno e l’approvazione delle autorità tunisine; pertanto, queste ultime non possono oggi criminalizzare coloro che hanno lavorato giorno e notte per renderla possibile e che facevano parte degli attivisti a bordo delle imbarcazioni che hanno cercato di rompere l’assedio illegale su Gaza”, sostiene Abdallah.

Fino a prova contraria, non è un crimine essere solidali con il popolo palestinese e tanto meno organizzare una missione pacifica e non violenta per portare aiuti umanitari e rompere un blocco navale che affama una popolazione già vittima di bombardamenti. Il blocco navale al largo delle acque di Gaza invece è illegittimo dal punto di vista del diritto internazionale: gli articoli 18 e 19 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 garantiscono il passaggio inoffensivo di imbarcazioni che trasportano aiuti umanitari e il Manuale di Sanremo del 1994 definisce illegale dichiarare o stabilire un blocco che “abbia il solo scopo di affamare la popolazione civile o di negarle altri obiettivi essenziali per la sua sopravvivenza”, che è esattamente ciò che fa Israele da giugno 2007.

È da allora che attivisti solidali navigano nel Mediterraneo per creare un corridoio umanitario via mare. Nel 2025, con l’esacerbarsi del genocidio in Palestina, diverse flotte si sono unite nella Global Sumud Flotilla, che ha viaggiato verso Gaza con più di 40 barche. Nonostante l’intercettazione della Flotilla da parte delle forze israeliane in acque internazionali lo scorso ottobre, gli attivisti stanno già organizzando una nuova missione, con 100 imbarcazioni e un migliaio di partecipanti da più di 50 Paesi. A bordo ci saranno medici, eco-costruttori, educatori e personale necessario alla ricostruzione di Gaza.

È una nuova formazione in risposta alle richieste delle comunità palestinesi, che rimangono il faro che guida la missione. Con la narrativa della tregua fittizia imposta da Donald Trump, il mondo sembra aver distolto gli occhi da Gaza, ma il genocidio non si è mai fermato. Il valico di Rafah è ancora chiuso, a molte organizzazioni umanitarie è stato revocato il permesso di operare nella Striscia e i bombardamenti continuano. Nel frattempo, Trump pianifica la trasformazione della Striscia in una “Riviera” turistica e finanziaria, organizzando un “takeover” a stelle e strisce con un eventuale invio di truppe per spostare i palestinesi altrove in modo permanente.

Chiaramente, la nuova e amplificata Flotilla è una minaccia di immagine e di fatto ai piani di colonizzazione di USA e Israele — perché di questo si tratta: occupare, insediarsi e sfruttare il territorio palestinese. Non è più un’opinione, non è (come alcuni media italiani fanno intendere) “propaganda dei pro-pal”. È neocolonialismo da manuale, alla luce del giorno e sotto gli occhi del mondo che resta a guardare. E stare in silenzio di fronte a ciò che succede in Palestina si trasforma in un lasciapassare per chiunque voglia mettere piede in un territorio a sua scelta, cacciare chi lo abita e dire “questa terra è mia”.

L'importanza degli attivisti di Maghreb Sumud Flotilla

Wael Nawar, Jawaher Channa, Ghassan Henchiri, Ghassan Boughediri, Sana Msahli, Mohamed Amine Ben Nour e Nabil Chennoufi fanno parte di Maghreb Sumud Flotilla, uno dei movimenti chiave della coalizione che organizza la Global Sumud Flotilla. Maghreb Sumud cerca di raggiungere Gaza dall’inizio del 2025, ma gli attivisti arrestati si battono per giustizia e diritti da prima di allora.

“Wael Nawar è stato anche per tanti anni il rappresentante dei movimenti studenteschi in Tunisia, ha lottato tantissimo per i diritti dei suoi concittadini, quindi sono persone che da sempre si mettono al servizio della difesa dei diritti umani” spiega Maria Elena Delia, la portavoce italiana di Global Movement to Gaza e Global Sumud Flotilla. “Sono persone con un'empatia e una capacità di coniugare intelligenza politica a una visione umana che raramente avevo trovato” spiega, aggiungendo che “la delegazione tunisina è stata sempre attenta alla trasparenza; alla fine della missione di ottobre 2025 avevano avanzato dei soldi che avevano raccolto e si sono premurati di organizzare un evento pubblico per far vedere che li avrebbero donati a Gaza”.

Susan Abdallah racconta di come tutti gli attivisti arrestati hanno lavorato duramente per le missioni umanitarie di Sumud Convoy e Global Sumud Flotilla, alcuni imbarcandosi e altri partecipando come equipaggio di terra. “Sono stati arrestati 10 giorni fa e abbiamo bisogno che vengano liberati il prima possibile, per il movimento, per i loro bambini che li aspettano e per loro stessi” afferma Abdallah, che continua a lavorare con GSF alla missione che partirà il 12 aprile 2026. “Non è certo un momento facile, ma è il nostro momento. Ed è importante ciò che stiamo facendo, è più importante che mai. E per poter continuare a farlo, ci prendiamo cura gli uni degli altri perché non possiamo permetterci di perdere nessuno. Rimanere neutrali di fronte alle ingiustizie significa schierarsi dalla parte dell’oppressore. Sappiamo bene che non c’è giustizia in un regime di occupazione. Ci rifiutiamo di tacere, resistiamo, ci ribelliamo e chiediamo alle autorità tunisine di unirsi a noi e sostenerci, proprio come hanno sempre fatto.”

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