A Gaza non c’è nessuna tregua: quanti palestinesi sono morti da ottobre a oggi

La chiamano cessate il fuoco, ma nella Striscia la parola tregua non ha mai coinciso con la fine delle bombe, né con la fine dei morti. Da ottobre 2023 a oggi, infatti, il bilancio delle vittime palestinesi ha continuato a crescere anche nei mesi in cui la diplomazia parlava di accordi, fasi, scambi e riaperture. La notizia di oggi è solo l'ultima conferma di un genocidio che non si è mai davvero fermato: almeno otto palestinesi uccisi in nuovi attacchi aerei. Quattro a Khan Younis, nella zona meridionale, secondo fonti dell'ospedale Nasser; altri quattro nel nord, colpiti mentre si trovavano in una tenda per sfollati nell'area di al-Faluja, come riferito dall'ospedale al-Shifa. Secondo Al Jazeera si tratta dell'ennesima violazione del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti lo scorso ottobre.
Ma non è un episodio isolato. Dall'entrata in vigore della tregua, secondo il Ministero della Salute di Gaza, sono state uccise oltre 500 persone e più di 1400 sono state ferite. Durante questa presunta pausa i soccorritori hanno anche recuperato centinaia di corpi rimasti sotto le macerie. La guerra non si è mai fermata, ha semplicemente cambiato ritmo.
Il numero che Israele non contestava più
In questo contesto, assume un peso particolare anche ciò che fino a poco tempo fa veniva respinto come propaganda. Per oltre due anni, le cifre diffuse dal Ministero della Salute di Gaza sono state respinte dal governo israeliano come "inaffidabili" o "propaganda di Hamas". Poi qualcosa è cambiato. Secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, un alto ufficiale dell'esercito appena pochi giorni fa ha riconosciuto come sostanzialmente attendibile la stima di 71.667 morti dal 7 ottobre 2023. È la prima volta che le Israel Defense Forces (cioè le IDF) accettano un bilancio complessivo elaborato dalle autorità sanitarie di Gaza. Un dato che, è bene ricordare, include solo esclusivamente le persone uccise direttamente dal fuoco militare israeliano e non conteggia quindi i morti indiretti, per fame, malattie, collasso del sistema sanitario, né le migliaia di persone disperse ancora sotto le macerie. Secondo le autorità di Gaza, oggi, il totale aggiornato avrebbe ormai superato le 71.800 vittime, con oltre 171 mila feriti. E dall'entrata in vigore del cessate il fuoco, come anticipato, sarebbero state uccise più di 500 persone. Numeri che rendono assolutamente fragile, se non paradossale, l'idea stessa di tregua.
Rafah, la frontiera che decide chi vive e chi no
C'è poi un altro numero che non compare nel bilancio ufficiale dei morti di guerra: 1.268. Sono i malati palestinesi deceduti mentre attendevano di essere evacuati attraverso il valico di Rafah, chiuso dopo l'occupazione e la distruzione di Gaza nel maggio 2024 da parte dell'esercito israeliano. La riapertura del valico, più volte promessa e rimandata, è diventata una linea sottile tra sopravvivenza e condanna. Oggi circa 20 mila malati e feriti attendono di lasciare la Striscia per ricevere cure adeguate; mille di loro non hanno quasi più tempo. A un ritmo di cinquanta evacuazioni al giorno servirebbe un anno per trasferirli tutti; a cinque al giorno, dieci anni. Una matematica crudele che trasforma la burocrazia in sentenza. Questi morti non sono "caduti sotto le bombe", il responsabile però resta lo stesso contesto: l'offensiva militare israeliano e il blocco che hanno demolito ospedali, prosciugato carburante, paralizzato impianti di desalinizzazione e reso l’acqua un privilegio.
La violenza che continua anche in Cisgiordania
E la tregua non esiste neppure fuori da Gaza. In Cisgiordania, nei primi due mesi del 2025, sono stati uccisi almeno 13 bambini palestinesi. Il 7 febbraio un bambino di dieci anni è morto dopo essere stato colpito da un proiettile. Due giorni dopo, nel campo di Nur Shams, una donna incinta di otto mesi è stata uccisa insieme al bambino che portava in grembo. Dal 19 gennaio, con il lancio di un'operazione su larga scala nel nord del territorio, sette bambini sono stati di nuovo ammazzati. Tra loro anche un bimbo di due anni e mezzo. Secondo UNICEF, l'escalation nel nord della Cisgiordania, in particolare a Jenin, Tulkarem e Tubas, ha visto un uso crescente di armi esplosive, attacchi aerei e demolizioni che hanno danneggiato infrastrutture essenziali, interrotto acqua ed elettricità e costretto migliaia di famiglie allo sfollamento. Dal 7 ottobre 2023, in Cisgiordania e a Gerusalemme Est, sono stati uccisi 195 bambini palestinesi. Negli ultimi sedici mesi il numero di minori palestinesi uccisi è aumentato del 200% rispetto ai sedici mesi precedenti.
Nessuna pace, nemmeno tra virgolette
In questi mesi si è parlato di "fasi", di "pausa umanitaria" e di "cessate il fuoco". Ma nella Striscia la tregua non ha coinciso con la fine delle operazioni militari, né con la fine del blocco. Gli attacchi sono proseguiti, le evacuazioni sono rimaste contingentate, le infrastrutture civili non sono state ripristinate. Resta quindi una domanda profondamente semplice quanto brutale: quante altre persone devono morire prima che una tregua diventi davvero tale?