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Durante la campagna elettorale, e persino nei primi mesi della nuova presidenza, una vasta porzione dell'opinione pubblica globale ha tentato di rassicurarci. Non solo il movimento MAGA, ma anche l'establishment liberal-democratico internazionale ha minimizzato il pericolo, derubricando le minacce di Trump a semplice retorica elettorale. Si diceva di "dare tempo" a un presidente che, in fondo, avrebbe seguito il solco dei decenni passati. Ricordo bene anche voci da sinistra, all'interno del movimento pacifista, sostenere che Trump sarebbe stato preferibile per l'Ucraina, immaginando che avrebbe imposto lo stop alle armi e favorito la pace.
La realtà a cui assistiamo oggi smentisce quelle previsioni. Siamo di fronte a un cambio di paradigma radicale: un'accelerazione improvvisa dell'imperialismo statunitense che si traduce in una politica aggressiva globale. Dopo il Venezuela, l'attenzione torna sulla Groenlandia e su Panama. Se il Canale è tornato sotto l'influenza USA a discapito della Cina non con la forza ma tramite la coercizione, per la Groenlandia la partita è aperta. Fondamentale per il Passaggio a Nord-Ovest, il petrolio e le terre rare, l'isola è tornata nel mirino. In un'intervista a The Atlantic, Trump è stato chiaro: la Groenlandia è strategica e "serve" agli Stati Uniti.
La NATO e il nuovo mondo
La Danimarca ha reagito appellandosi allo status di membro NATO, invocando le regole del diritto internazionale. Ma Copenaghen ragiona con il vecchio paradigma del Novecento. Trump sta ridisegnando il mondo a sua immagine, usando la forza per mettere all'angolo le potenze rivali in un nuovo assetto multipolare. Come scriveva Adriano Biondi su Fanpage, ci stiamo muovendo verso un mondo di "autocrazie diffidenti", retto da un equilibrio precario.
In questo scenario non esistono chiaroscuri né coprotagonisti. La logica è binaria: o si è vassalli – come Giorgia Meloni e l'Unione Europea, piegatesi ai dazi e costrette a finanziare l'industria bellica americana – o si è nemici. Il destino di chi si oppone è quello che rischia il vertice venezuelano: il "rapimento di Stato", l'arresto, la deportazione e processi basati su accuse strumentali. In questo nuovo mondo, o si è con il Monarca, o si è contro di lui.
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