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"Iraniani protestate, stiamo arrivando". Con l’ennesimo colpo social, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cambiato le carte in tavola in quella che ormai sappiamo essere una diplomazia umorale, che punta sull’effetto sorpresa e a massimizzare mediaticamente ogni sua mossa.
Se fino a ieri la strategia era quella del soffocamento economico – la "Massima Pressione" fatta di sanzioni e isolamento – oggi Trump evoca lo scenario dell'attacco finale. Non è più (solo) questione di nucleare o di contenimento regionale. L'obiettivo dichiarato, senza più giri di parole, è il regime change. La caduta degli Ayatollah.
Stiamo arrivando
Ma cosa significa davvero "stiamo arrivando"?
Sembra una frase da film western, che può suonare come la promessa di una liberazione imminente, l'annuncio che la cavalleria sta arrivando al galoppo oltre la collina. Ma la storia insegna a diffidare delle promesse americane in Medio Oriente.
Gli Stati Uniti "arriveranno" con i marines e un’operazione di terra? Improbabile, se non impossibile. Bombarderanno dal cielo? Forse, ma solo se i calcoli elettorali e strategici di Washington lo renderanno conveniente.
Più verosimilmente, gli USA “stanno arrivando” con la guerra ibrida: cyber-attacchi, supporto logistico all'opposizione e un via libera totale a Israele per finire il lavoro iniziato mesi fa con la distruzione delle difese aeree iraniane. Il problema è che questa esplicita "chiamata alle armi" offre al regime un assist perfetto. Khamenei, più isolato che mai in patria, ha ora la scusa che cercava per togliere ogni freno alla repressione: chi protesta non è più un cittadino affamato, ma un soldato dell'invasore americano. Il messaggio di Trump toglie legittimità alla rivolta agli occhi dei fedelissimi del regime e agli indecisi, trasformando un movimento di protesta interno in un’operazione d’invasione e colonizzazione.
La strategia per la caduta del regime
Trump sta scommettendo tutto sul crollo verticale del sistema. Crede che basti una spallata vigorosa per far venire giù il castello di carte teocratico. Ma le dittature in crisi sono quelle più feroci, soprattutto se non si ha un paio per il dopo golpe: questa è una fase delicata che rischia di trasformare l'Iran in qualcosa di profondamente diverso dalla democrazia che chiedono le piazze e che somiglia più al buco nero dei diritti e della pace che è stato l’Afghanistan o la Siria.
Gli iraniani, stremati dalla fame e dall'inflazione, stanno dimostrando un coraggio incredibile, sfidando la repressione del regime. Ma l'abbraccio di Trump rischia di essere mortale.
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