in foto: Alex Orfei e Warner De Bianchi

Alle 18 di venerdì pomeriggio 12 agosto del 2016, nel parcheggio di un supermercato a Santa Domenica di Ricadi, nel vibonese, Alex Orfei, 31 anni, domatore di cavalli alla guida di una compagnia di circensi, incontra Werner De Bianchi, lontano parente di origini bellunesi, anche lui artista del circo. Alle 19, dopo un'ora di confronto, Warner striscia sanguinante all'ingresso del supermercato per chiedere aiuto. Dopo avergli spezzato la lama del pugnale nelle carni, Alex si allontana indisturbato attraverso le auto.

Invece di programmare una fuga, di bruciare i vestiti o di riflettere sulle conseguenze devastanti di quanto accaduto a Warner – che intanto muore all'ospedale di Vibo Valentia dopo aver detto il nome del suo carnefice – Alex Orfei fa un gesto di spiazzante normalità: pubblica uno status su Facebook

E uno saccagnato…ora tocca all'altro

Quell"uno', è Warner De Bianchi, titolare del circo Royal, ‘l'altro', invece, è il fratello di quest'ultimo. Tra i tre corrono pessimi rapporti. A volere quell'incontro, però, era stato lo stesso Warner allo scopo di discutere della questione di un debito contratto da suo fratello con Orfei. Il domatore, infatti, avanzava circa mille euro dai fratelli, ai quali non risparmiava ogni giorno insulti e accuse su Facebook, conditi da commenti poco edificanti sulle loro mogli.

La faida.

Dal delitto di Vibo emergono scorci di un mondo circense in decadenza, attraversato da faide interne che sfociano, qualche volta, nel sangue. La storia di Alex Orfei, il ‘domatore assassino‘, però, inizia molto tempo prima, nel 1820 quando Paolo Orfei, sacerdote, lascia la tonaca e inizia a girare il Paese come saltimbanco dando inizio alla tradizione circense della famiglia Orfei. Da uno dei pronipoti prende origini il ramo della famiglia dalla quale discenderanno Nando, Moira e Orlando, che faranno del Circo Orfei, un marchio, un'istituzione.

L'abusivo.

Alex Orfei, è uno dei tanti eredi di Paolo che si sono allontanati dal ceppo più famoso e fortunato della famiglia, tanto che i parenti lo citano più volte in causa per l'utilizzo del marchio Orfei. Nel profondo lui si sentiva un Orfei come Nando e Moira, lo si capiva chiaramente da quella pagina Facecebook adoperata prima come sfogatoio dell'odio verso il cugino rivale e suo fratello, nonché le loro mogli, e poi, piedistallo da cui vantarsi di aver ‘saccagnato' uno dei suoi nemici. Su quella pagina, prima del post confessione, Alex condivideva gli status degli Orfei famosi, rivendicando un legame, se non commerciale, quantomeno familiare.

La pistola fumante.

Difficile immaginare come avrebbe fatto a rivalersi anche sull'altro De Bianchi dopo quella specie di volantino di rivendicazione a mezzo Facebook. Il pm Benedetta Callea, infatti, emette immediatamente un decreto di fermo a carico dell'Orfei. Gli uomini della squadra mobile di Vibo alla guida da Tito Cicerone portano il domatore di cavalli in cella insieme ad altre tre persone, la cui complicità nell'omicidio è emersa dalle immagini delle telecamere che videosorvegliavano il parcheggio. Si tratta di  Iulian Andrei Dudu, 27 anni, Claudio Rotariu (21) e Dan Liviu Grandinaru (41), tutti di nazionalità romena e dipendenti di Alex Orfeo. La lite sfociata nel sangue assume i contorni di una spedizione punitiva premeditata, forse sfuggita di mano o, forse, architettata sin dal primo momento per uccidere.

L'epilogo.

Oggi Alex Orfei oggi è in carcere in attesa della sentenza del processo per omicidio, celebrato con rito abbreviato. Il pm Callea ha chiesto 30 anni di reclusione per l'ex domatore.