C’è un unico grande vincitore dalla mini tornata referendaria che ha visto lombardi e veneti recarsi alle urne per i referendum consultivi sull’autonomia ed è il governatore del Veneto Luca Zaia. Non tanto, non solo, per il risultato ottenuto alle urne, quanto per le scelte e le decisioni prese per legittimare la richiesta di autonomia del Veneto. Il governatore leghista, che aveva trionfato alle Regionali nonostante una mezza scissione interna (che aveva portato alla candidatura di Tosi), lavora dal 2014 all’obiettivo referendario e lo ha raggiunto anche dopo un lungo contenzioso legale con lo Stato centrale. Peraltro, Zaia è riuscito a trasformare in un punto di forza e di legittimità dell’intera operazione politica la scelta, obbligata, di muoversi all’interno del percorso disegnato dalla Costituzione. La massiccia partecipazione popolare e la gestione “tradizionale” della consultazione (vero, Maroni?) hanno poi consentito a Zaia di respingere al mittente le critiche sullo “spreco” referendario, partite da chi, come il governatore dell’Emilia Romagna Bonaccini, aveva ricordato la possibilità di chiedere l’attivazione dell’articolo 116 della Costituzione anche senza passare per una consultazione pubblica. Infine, la scelta di vincolare le mosse della Giunta regionale in materia di autonomia al superamento del quorum, può ora essere agitata come una forma di “rispetto della volontà popolare”, che aumenta il peso delle rivendicazioni politiche del governatore veneto e obbliga quasi il Governo a prendere atto di quello che, con enfasi certo, Zaia ha definito "il big bang delle riforme".

Detto ciò, le perplessità sul referendum restano tutte. Come quelle sul futuro di Luca Zaia, che per molti rappresenterebbe il prossimo cavallo di razza del centrodestra, anche già nel 2018. Una ipotesi che però non convince appieno, per una serie di ragioni, di carattere politico e tecnico.

In primo luogo, Zaia non ha ancora terminato il suo “mandato politico” in Veneto, che coincide appunto con il rafforzamento dell’autonomia: il tavolo di trattativa non potrà che aprirsi con il nuovo governo, per un cammino che si preannuncia lungo e complesso e che non può che essere gestito da chi ha la legittimità per farlo. Zaia, appunto. Lui stesso, in effetti, ha bollato come "manfrine" le voci su un suo impegno a livello nazionale, spiegando proprio di essere concentrato su un obiettivo "ben più ambizioso".

Poi c’è una questione interna, per così direi. La Lega Nord attraversa una fase di trasformazione e cambiamento radicali, da forza macroregionale a nazionale, con una piattaforma politico – ideologica centrata essenzialmente sulla figura carismatica del suo leader. Salvini si è fatto carico di sintetizzare, con le sue scelte e le sue mediazioni, lo spirito leghista “originario” e la pulsione sovranista e identitaria, la tensione all’autonomia con il concetto di “patria”, almeno nella versione cara alla destra populista. Il progetto della "Lega del terzo millennio" funziona perché c'è Salvini, difficile pensare che possa continuare a farlo con un candidato diverso. Se poi quel candidato è Zaia, alfiere dell'autonomismo, la questione si fa ancora più intricata e imporrebbe un deciso (nuovo) cambio di rotta del Carroccio.

Il terzo ostacolo, non meno importante, è di natura tecnica. Alle politiche del 2018 quasi certamente si voterà con il Rosatellum bis, la legge elettorale frutto dell'accordo fra Partito Democratico, Forza Italia e, attenzione, Lega Nord. La nuova legge permette le coalizioni ma non prevede che sia indicato prima del voto né un programma comune a tutti i partiti, né il capo della coalizione, ovvero il "candidato premier". In questo contesto, è arduo ipotizzare che la Lega Nord faccia a meno di Matteo Salvini come “nome principale” da spendere, così come è impossibile pensare che il centrodestra unito (dunque anche con Fratelli d’Italia) scelga di puntare su un unico candidato, sapendo che molto difficilmente dalle urne uscirà una maggioranza sufficiente a governare. Zaia, che potrebbe essere un buon candidato di mediazione tra Forza Italia e Lega Nord “prima” delle elezioni, sarebbe un pessimo nome di compromesso nel caso di un Governo di larghe intese a trazione centrodestra. E, del resto, non crediamo che la sua massima aspirazione sia fare il Gentiloni di centrodestra.