in foto: Niccolò, ucciso in Spagna

"Hanno ammazzato mio figlio come un sacco di patate, non posso dire come un cane perché neanche un cane si merita una fine così", commenta il babbo di Niccolò. "Babbo" perché Niccolò Ciatti viveva a Scandicci, Firenze, Toscana. E da noi si dice "babbo", non papà.
E il babbo di Niccolò dice: "Il video dell'aggressione non ho neanche finito di guardarlo. Sono stati tutti a guardare, tutti, sarebbe bastato che qualcuno fosse intervenuto durante i calci in testa". Già. Ma facciamo un passo indietro.

"Fatti i cazzi tuoi".
"Non t'intromettere".
"Non sono affari tuoi".
"Meglio a lui che a me".
"Chi pensa per se campa cent'anni".

I modi di dire per esaltare l'indifferenza sono tanti. Quelli per esaltare l'intromissione nei fatti umani degli altri, non saprei; in questo momento, però, non me ne viene in mente neanche uno.

Viviamo in una società di zombi e di guardoni dal buco della serratura; oppure di spettatori in cerchio, fuori dal centro della geometria dove la vita in quel momento viene sottratta; siamo inchiodati dall'incapacità di pensare che quello che viene preso a calci in testa, in quel momento, potevamo essere noi, spettatori casuali e non paganti.

Non è un caso isolato, quello di Niccolò. Si pensi all'immigrato che affoga, che "se fosse stato a casa sua non gli sarebbe successo". E poi la ragazzina stuprata, che "si è messa la minigonna e quindi se l'è cercata". E Niccolò preso a calci in faccia, ucciso prima del ballo, che "le risse se non le sai gestire non le devi provocare".

La vittima che diventa complice del suo decesso; e chi si intromette, chi cerca il salvataggio "voleva fare l'eroe, voleva andare sui giornali, voleva lucrarci sopra; se si fosse fatto gli affari suoi non gli sarebbe successo niente". Già.

Dietro ognuno di questi eventi, profondamente diversi fra loro, ci sta l'indifferentismo degli spettatori, il comune denominatore che fa da raccordo. Spettatori senza spettacolo, che dovrebbero fare qualcosa, se i fatti a cui assistono sono così gravi e non c'è biglietto d'ingresso.

Poteva essere rischioso, intervenire? Sì. Ma la vita di chi non rischia la propria per salvare quella di un'altra persona vale meno del costo di un mazzo di carte a cui hanno sottratto l'asso di cuori. E poi, forse, non sarebbe stato così rischioso, difendere Niccolò. Potevano urlare, avvicinarsi molto, intervenire solo durante i calci in testa, che quelli anche un bambino lo capisce, tolgono ogni futuro a chi li riceve.
Erano tanti a guardare, e gli aggressori tre. Non c'erano pistole, non c'erano coltelli.

Io, da piccino, guardavo Kenshiro e avrei voluto essere come lui, girare la città e intromettermi nei fatti brutti per salvare le vecchie e i bambini dalle persecuzioni dei giganti. Guardavo Karaté Kid, avrei voluto diventare come Daniel LaRusso, cintura nera; un giorno ce la feci e il giorno dopo smisi di andare in palestra, perché non ero forte come lui Daniel, l'avevo scoperto e ci ero rimasto male.
Ieri, però, di fronte a quella discoteca a Lloret de Mar, sarei intervenuto. Non perché sono buono, e neanche forte o coraggioso. Io mi cago addosso quando qualcuno mi suona in auto, figuratevi; anche una clacsonata piccola, io sobbalzo. Se mi affaccio dal terzo piano devo farlo lentamente, se prendo le scale mobili della metropolitana, a Napoli, stazione centrale, mi manca il respiro perché a guardare le scale della metropolitana di Napoli, stazione centrale, dall'alto, sono un sacco di gradini. E un sacco di gradini, mi fanno paura.

Io sarei intervenuto perché avrei intravisto il dopo, e mi avrebbe fatto più paura del durante: il fiore bianco e la foto di Niccolò, il banco chiuso al mercato centrale dove lavorava e le ceste di frutta senza frutta, capovolte dai suoi colleghi e con la scritta: "Chiuso per grave lutto". Io sarei intervenuto per il terrore del dopo, nient'altro.

La paura è un sentimento umano, non bisogna fuggirle, l'ho imparato da Pillo, che ha liberato Firenze e l'11 agosto che era l'altro ieri più un giorno, per la prima volta dal 1945, non ha partecipato al ricordo perché non sta tanto bene, oggi, il partigiano Pillo.

Ho imparato che la paura è umana, ma i motivi per cui aver paura dobbiamo sceglierli con cura, altrimenti i mostri vinceranno sempre.