Segui Nel caso te lo fossi perso.
Ascolta la notizia più importante del giorno.

Da settimane il Golfo è in un limbo. Si prova a negoziare senza riuscire ad arrivare a un accordo. Da un lato ci sono premesse incompatibili tra le due parti: l’Iran vuole trattative in due fasi – in modo da arrivare prima a un cessate il fuoco che risolva la crisi nello stretto di Hormuz, per lasciare poi a un secondo momento la questione del programma nucleare – mentre gli Stati Uniti mettono tra le condizioni necessarie per una tregua proprio il tema dell’arricchimento di uranio. Dall’altro lato le mediazioni e le negoziazioni continuano, anche se di tanto in tanto tutto quanto viene messo a rischio da qualche escalation, che siano droni sulle basi nel Golfo o l’allargamento delle operazioni delle Forze di Difesa israeliane in Libano.
Le operazioni di Israele in Libano
Sono settimane in cui non si intravede la pace, però non è nemmeno ricominciata del tutto la guerra. Come se entrambe le parti stessero prendendo tempo, e non è chiaro se questo sia un tempo che serve a mettere in piedi un accordo per la fine delle ostilità, oppure a prepararsi allo scontro finale. Sicuramente Israele spinge in quest’ultima direzione. Negli ultimi giorni l’esercito israeliano ha avanzato in Libano spingendosi in profondità come non faceva da almeno 26 anni, è arrivato cinquanta chilometri oltre il fiume Litani, ha preso anche il castello di Beaufort. Il Paese è di fatto diviso in due e Benjamin Netanyahu ha ordinato di ampliare le operazioni militari, telefonando contestualmente al Segretario di Stato statunitense Marco Rubio per convincerlo a continuare a mantenere alta la pressione sul Libano.
Uno scenario che mette a rischio qualsiasi negoziato tra Iran e Stati Uniti – Teheran ha già messo in chiaro che il cessate il fuoco in Libano è una delle condizioni per arrivare a un accordo con la Casa Bianca – e che destabilizza profondamente la regione. La Francia ha chiesto al resto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di riunirsi con urgenza, per discutere della situazione in Libano. Il ministro degli Esteri francese, quando ha reso pubblica la richiesta, ha sottolineato come non solo Israele stia violando gli accordi di aprile sul cessate il fuoco con Beirut, ma stia anche violando ogni principio del diritto internazionale. In nessun modo si possono giustificare queste operazioni militari in Libano e questa occupazione sempre più profonda del Paese, ha detto.
Da Tel Aviv, però, non arriva alcun accenno al passo indietro. Il ministro della Difesa Israel Katz ha detto che non ci sarà pace a Beirut fino a quando Hezbollah continuerà a colpire Israele. Netanyahu ha aggiunto che non può accettare una situazione per cui le milizie sciite libanesi attaccano le città israeliane senza subire conseguenze. Ragion per cui ha dato ordine di ampliare le operazioni militari che stanno “eliminando roccaforti di Hezbollah”.
Le ritorsioni del regime iraniano
A queste dichiarazioni sono chiaramente seguite quelle del regime iraniano: il presidente del Parlamento – nonché principale negoziatore degli Ayatollah – Mohammed Bagher Ghalibaf ha detto che Israele pagherà il conto per questa escalation in Libano e che lo pagherà a breve. E dal ministero degli Esteri hanno aggiunto che la Repubblica islamica è pronta a "intraprendere qualsiasi azione necessaria per aiutare il Libano” a difendersi da questa aggressione. Aggressione che, fa sapere il ministero della Salute libanese, dall’inizio del conflitto è già costata la vita a 3.412 persone e causato oltre 10mila feriti. Il primo ministro libanese, Nawaf Salam, ha accusato Israele di portare avanti “una politica di terra bruciata e punizioni collettive” che sta producendo migliaia e migliaia di sfollati.
Insomma, il rischio di una escalation più ampia è dietro l’angolo. Domani è previsto un incontro a Washington tra le delegazione israeliane e libanesi per provare a trovare una quadra, ma le speranze sono deboli: in via teorica un accordo è già in piedi da metà aprile, ma ormai più volte è stato violato. Netanyahu lo dice esplicitamente che non ha intenzione di mollare la presa, consapevole che questo mette in una posizione complicata anche i negoziati più ampi tra Stati Uniti e Iran.
E gli Stati Uniti?
Su quel fronte, non c’è solo il dossier libanese a complicare le cose. Per l’ennesima volta Donald Trump ha cambiato i termini dell’accordo con Teheran, che ora vuole a sua volta rivedere le richieste da inserire nel Memorandum. È un botta e risposta senza fine, un rimbalzarsi di richieste e condizioni che non fanno altro che cementificare lo stallo. Non è chiarissimo che tipo di stretta avrebbe immaginato Trump in questo ultimo round: secondo il sito statunitense Axios Trump vorrebbe rendere più dettagliate le disposizioni sulla gestione delle scorte di uranio arricchito in mano iraniana, tema molto complesso per Teheran. L’Iran insiste sul suo diritto di sviluppare un programma nucleare energetico e ribadisce di non avere alcuna intenzione di costruire armi atomiche. Esperti di tutto il mondo però sottolineano che quel livello di arricchimento dell’uranio non è necessario per fini civili e non si conoscono altri scopi, se non quelli militari, a date condizioni.
In aggiunta, non è affatto chiaro che fine abbia fatto tutto quel materiale fissile accumulato, né quanto siano stati danneggiati effettivamente i siti nucleari iraniani. Tutto ciò rende molto difficile qualsiasi accordo, visto che la premessa statunitense consiste proprio nell’assicurarsi che l’Iran non abbia né oggi né in futuro armi nucleari.
Se questo contenuto ti è piaciuto, clicca su "segui" per non perderti i prossimi episodi.
Se vuoi accedere ad altri contenuti esclusivi e sostenere il nostro lavoro, abbonati a Fanpage.it!