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Violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta)

Violenze in carcere a Santa Maria Capua Vetere, il pm: “Agenti credevano che le telecamere fossero spente”

Oggi la requisitoria nel processo per le violenze del 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta); gli imputati sono 105, tra agenti della Polizia Penitenziaria, medici Asl e funzionari del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
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A cura di Nico Falco
Le immagini registrate dalle telecamere del carcere di Santa Maria Capua Vetere
Le immagini registrate dalle telecamere del carcere di Santa Maria Capua Vetere

Gli agenti che si sono resi responsabili delle violenze sui detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) credevano che le telecamere di sicurezza fossero state spente, e qualcuno di loro provò a disattivarle, ma senza riuscirci: è quello che ha sostenuto il pubblico ministero, Alessandro Milita, nel corso della sua requisitoria al processo sulle violenze avvenute nel carcere sammaritano il 6 aprile 2020.

Alla sbarra ci sono 105 persone, quasi tutti agenti penitenziari, funzionari del Dap e medici dell'Asl. La requisitoria è cominciata oggi, 29 giugno, nell'aula bunker del carcere e proseguirà per altre sette udienze fino alla pausa estiva, prevista da fine luglio a settembre. Milita, attualmente procuratore aggiunto a Napoli, ha voluto sottolineare il contributo reso dal magistrato di sorveglianza Marco Puglia, il primo a scoprire e denunciare le violenze. Nel corso della requisitoria ha parlato anche dell'accordo che ci sarebbe stato tra Raffaele Stellato, medico Asl in servizio in carcere (e tra gli imputati) e la Polizia Penitenziaria, volto a far risultare che, durante la perquisizione straordinaria, ad avere la peggio fossero stati gli agenti: "È terrificante, questo accordo – dice Milita – un medico che dovrebbe curare le persone, che siano agenti o detenuti, ed invece referta lesioni per i 15 detenuti da trasferire a cui però non dà neanche una prognosi, o una cura, e ciò solo per mettersi al riparo da eventuali sospetti del carcere dove sarebbero approdati. E invece referti per gli agenti cui dà giorni di riposo per presunte lesioni, pur se non hanno avuto nulla".

Parte della requisitoria è stata incentrata proprio sulle immagini delle telecamere di sorveglianza. "Quando vedemmo i video delle violenze restammo sconvolti – ha detto Milita – sono abituato per professione a vedere scene violente, di omicidi, pestaggi, ma non ci saremmo mai aspettati una cosa del genere da parte di servitori dello Stato". Per il pubblico ministero è inoltre "un falso galattico" la relazione dell'ex comandante di Secondigliano e del Gruppo di Supporto, consegnata alla Procura il 21 aprile 2020, nella quale si descriveva una situazione che, per Milita, somiglia più "a uno scenario di guerra in cui i detenuti fanno tutto".

Milita si è poi soffermato sulle dichiarazioni di ispettori e sovrintendenti, che hanno detto in sede di processo di non avere potuto fare nulla per fermare le violenze perché temevano le ritorsioni dei colleghi; avrebbero, ha detto il pm, "chiamare subito il pm", essendo "ufficiali di polizia giudiziaria". "Mi ha stancato anche la storiella di chi – ha aggiunto il magistrato – dice di essere intervenuto per salvare un detenuto, come fosse cosa straordinaria; invece è normale intervenire a favore di un detenuto, è il dovere di un agente, evitare gravi lesioni fisiche. Anzi, chi è intervenuto lo ha fatto solo per evitare danni ancora più gravi, che si colpisse ripetutamente alla testa".

Nel corso della requisitoria il magistrato ha attaccato durante anche Antonio Fullone, ex provveditore alle carceri, che ha detto di non sapere nulla delle violenze mentre, secondo il pm, la situazione in ambiente carcerario era ben nota a vari livelli. Infine, il tentativo di manomissione delle telecamere, che avrebbe messo in atto qualche agente ma senza riuscirci. "Veramente vogliono farci credere – dice Milita – di avere agito e di aver picchiato i detenuti con le telecamere attive; se cosi fosse vuol dire che tutti erano dei pazzi furiosi, ma non è così, pensavano che gli impianti fossero stati disattivati". E riscontro a questa tesi sarebbe arrivato anche quando i carabinieri sono andati in carcere per acquisire i video: inizialmente gli era stato detto che gli impianti non funzionavano, ma i militari erano tornati il giorno dopo, avevano sequestrato tutto e avevano scoperto che, invece, c'erano le registrazioni.

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