C'era una volta la classe politica e quella popolare che ascoltava la protesta studentesca. O almeno, interveniva. A volte condannando, a volte comprendendo, i motivi che portavano gli studenti in piazza o all'occupazione degli istituti scolastici. Oggi non c'è nulla: a Napoli città diversi licei sono stati occupati, e non si è alzata una sola parola non dico di approvazione (che tutto sommato è comprensibile: l'occupazione, tecnicamente, è reato e come tale è disciplinato dal codice penale), ma almeno di comprensione. Nessun politico o istituzione che abbia detto "capiamo i motivi della vostra protesta". Oppure che abbia provato, anche simbolicamente, a mediare con i ragazzi.
Zero. Lasciati a loro stessi, e talvolta alle forze dell'ordine. Al liceo Aliberti in via Pigna, ad esempio, i carabinieri sono intervenuti e hanno impedito ai ragazzi di occupare l'istituto. Legittimo, si dirà: in questo modo è stato garantito il normale corso delle lezioni. Ma cosa stiamo insegnando ai giovani, se alla minima protesta anziché porgere l'orecchio e la mano, viene posto loro il codice penale e le sue conseguenze? Ricordiamocelo: non stiamo parlando di adulti, studenti universitari che oscillano tra i 18 e i 25 anni (di media). Parliamo di ragazzini che entrano al liceo attorno ai 13 anni, e ne escono tra i 17 e i 18. La media è di 15-16 anni, dunque ragazzi e ragazze nate tra il 2010 e il 2011.
Ragazzi e ragazze che non hanno vissuto, neppure da remoto, il G8 di Genova (luglio 2001), per capirci. Non hanno vissuto, né visto, gli anni delle proteste contro la riforma Moratti o quella Gelmini. Sono giovanissimi alle primissime esperienze di affermazione delle proprie idee, che cercano il loro posto nel mondo. Che cosa insegniamo loro se, appena alzano la voce, gli si risponde chiamando le forze dell'ordine e opponendo loro la crudezza del codice penale?
Si dirà (perché si diceva anche ai tempi di chi scrive, ndr) che la violenza non è un'idea. Concetto nobilissimo: ma quale violenza c'è stata? Ad oggi, le occupazioni stanno avvenendo nella maniera più "tranquilla" possibile: e le aule e gli istituti non stanno chiudendo alle altre idee (prerogativa, questa, prettamente fascista), ma aprono. Nei cortili in questi giorni c'è spazio ad idee, confronti, letture. Oggi è la società del "real time", tutto in tempo reale: quello che fanno lo trasmettono perfino sui loro canali, su piattaforme che gli adulti (tra cui, volenti o nolenti, rientriamo anche noi Millennial) a momenti non conoscono neppure.
E cosa chiedono di sbagliato? Più soldi per l'istruzione pubblica, di attuare riforme contro il caro vita, il cambiamento climatico, la crisi abitativa. Chiedono che non ci sia un mondo in cui c'è una soglia massima al numero di stranieri in classe, che non si costruiscano più CPR (Centri di Permanenza per il Rimpatrio), che non ci sia razzismo, che venga finalmente la pace, in Europa, in Palestina, nel mondo.
So che molti diranno: "lo abbiamo chiesto anche noi, al nostro tempo, e non ci hanno ascoltato". E proprio a voi, chiedo io: se ci comportiamo come quelli contro cui, a nostro tempo, protestavamo, non stiamo dando ragione a loro? E non sarebbe il momento, invece, ora che siamo noi "dall'altra parte", di comportarci come avremmo voluto che facessero "loro" ai nostri tempi, ascoltando le loro parole? E dando finalmente una possibilità ad un mondo migliore?