Trasporto pubblico a Napoli

Pianura, il parcheggio Anm da 220 posti rischia l’abbattimento: ricorso al Tar da oltre 2 milioni per i suoli

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Il parcheggio di interscambio Anm di Pianura
Per la Sogimpa Srl i 4mila metri quadrati sotto la struttura non sono mai stati espropriati. Saltata la transazione da 540mila euro con il Comune.

Il parcheggio Anm di Pianura di fronte alla Cumana a rischio abbattimento. A 14 anni dall’inaugurazione, avvenuta ad agosto 2012, i proprietari dei suoli ex Sepsa – la società Sogimpa srl – su cui è costruita la struttura chiedono il conto al Comune. Quei terreni, oltre 4mila metri quadrati, a loro giudizio non sarebbero mai stati espropriati. L’anno scorso fu messa in piedi una trattativa. Ma la transazione è fallita. La società, assistita dall’avvocato Alfredo Affaitati, adesso chiede oltre 2 milioni di euro, tra indennizzi e risarcimenti a Palazzo San Giacomo, e il 14 settembre scorso, a quanto apprende Fanpage.it, ha depositato un ricorso al Tar della Campania, nel quale oltre alla restituzione dei beni richiede anche il ripristino dello stato dei luoghi. Tradotto: la demolizione del fabbricato, considerato “illegittimo e abusivo”.

Si tratta del parcheggio multipiano di interscambio che sorge tra via Pablo Picasso e via Pallucci, a Pianura, quartiere dell’area nord-occidentale di Napoli: 220 posti auto, quattro piani fuori terra, a due passi dagli stazionamenti  delle linee C11, C12, C13 e C14. La struttura sorge di fronte alla stazione della Circumflegra ed è gestita da Anm, la società dei trasporti del Comune di Napoli, con tariffe da 2 euro all’ora. Ogni giorno lo frequentano migliaia di napoletani, che lasciano lì l’auto, per proseguire in treno verso Montesanto. Senza contare anche un nutrito numero di abbonati mensili. La sua scomparsa sarebbe quindi un danno enorme per la comunità di tutta l’area nord di Napoli.

Il contenzioso con il Comune per i suoli

La storia del contenzioso parte da lontano, come si legge nel ricorso amministrativo. È il 21 settembre 1999, circa 27 anni fa, quando il Comune approva la delibera 294 per il progetto di un parcheggio di interscambio in via Pallucci. La città è in piena crescita, con il prolungamento delle linee ferroviarie e si pone il problema di liberare la city dalle auto realizzando grandi parcheggi nei quartieri di accesso alla città. Il progetto esecutivo viene approvato l’anno dopo.

Per costruire l’autorimessa, però, bisogna prima espropriare i suoli privati. Il Comune, con una determina dirigenziale del giugno 2001, dispone l’occupazione d’urgenza dei suoli, valida per 5 anni. A settembre prende possesso degli immobili e viene avviata la costruzione del parcheggio. A quel tempo la normativa lo consentiva. Poi, però, entra in vigore il Testo Unico sugli espropri e le regole cambiano.

Inoltre, nel frattempo, secondo i ricorrenti, il Comune non avrebbe mai provveduto a dichiarare l’uso pubblico della struttura e non avrebbe mai emesso “alcun provvedimento ablatorio, acquisitivo dell’area in oggetto in danno dei soggetti proprietari”. Da qui, la contestazione della “occupazione illecita da parte del Comune di Napoli dell’area, ma soprattutto su cui insiste il manufatto realizzato, abusivamente dal Comune di Napoli”.

L’accatastamento a settembre 2025

Passano gli anni. Nel 2010 la proprietà dei suoli viene perfezionata con atto notarile, in capo alla società ricorrente. Il parcheggio viene inaugurato ad agosto 2012. Ma il Comune è bloccato: da una parte non può fare il decreto di esproprio, dall’altra si trova con la richiesta di dover corrispondere il valore venale del bene per circa un milione. Viene avviata una transazione e si arriva ad una cifra di circa 540mila euro, ma la mediazione non va in porto.

Nel 2025, la svolta: il Comune accatasta il parcheggio all’Agenzia del Territorio di Napoli a suo nome. I proprietari dei suoli, però, gli contestano l’operazione, perché mancherebbero l’autorizzazione e il titolo di proprietà sull’area. Non solo: chiedono al Municipio una integrazione della cifra in transazione. L’accordo resta in stallo per oltre un anno. La trattativa “atteso il lungo lasso di tempo trascorso – si legge nel ricorso al Tar – si è rilevata essere altamente antieconomica per la ricorrente, la quale era costretta a manifestare il proprio disinteresse alla conclusione della transazione alla condizioni economiche offerte”.

Le richieste al Tar: 2 milioni e abbattimento

L’ultimo atto adesso si gioca al tribunale amministrativo dove negli scorsi giorni è stato depositato il ricorso con richiesta di misura cautelare. La società chiede al Tar di disporre “la cessazione immediata dell’occupazione abusiva del suolo con contestuale restituzione dello stesso agli aventi diritto” dando al Comune 45 giorni per ottemperare. Il Municipio, quindi, potrebbe acquisire le aree, pagando un indennizzo per i danni e l’indennità di occupazione senza titolo.

Nel caso in cui il Comune non lo volesse acquisire, la società ha chiesto al Tar di condannarlo “alla restituzione ed al rilascio del bene illegittimamente occupato”, ma con il ripristino dello stato dei luoghi, oltre al risarcimento dei danni per l’occupazione, per circa 1,5 milioni. Mentre altri 1,1 milioni sono stati chiesti come indennità di occupazione senza titolo dal 2010 ad oggi. Viene chiesta anche la nomina di una Ctu tecnica per quantificare il risarcimento dei danni.

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