Il Boss delle cerimonie e il Castello delle Cerimonie

Niente da fare per la famiglia Polese: la Cassazione conferma la confisca del Grand Hotel La Sonrisa

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La struttura de La Sonrisa, vista dall'alto
I giudici bocciano l’ennesimo tentativo della famiglia Polese di riavere l’albergo-ristorante divenuto popolare per le sue cerimonie nuziali.

La Corte di Cassazione ha respinto in modo netto in venti pagine i ricorsi di Agostino e Concetta Polese, chiudendo di fatto ogni possibilità di recuperare il Grand Hotel La Sonrisa, confiscato e assegnato al Comune di Sant'Antonio Abate. Le motivazioni della sentenza  32290/2026 si muovono su più livelli, tutti convergenti verso il rigetto. La fine della storia pluridecennale del Castello delle Cerimonie, il ristorante dei matrimoni «alla napoletana», per anni location di un popolare reality show televisivo, non avrà dunque clamorosi colpi di scena.

I Polese sostenevano che il reato di lottizzazione abusiva, alla base della confisca, si fosse prescritto molto prima di quanto stabilito dai giudici di merito, e per dimostrarlo portavano nuove perizie e fatture per retrodatare al 2005-2006 le opere nel vano seminterrato e nel torrino ascensore, opere che invece i giudici avevano collocato nel 2010-2011, cioè a ridosso della prescrizione. Se fosse stata accolta questa tesi, sarebbe caduto anche il presupposto della confisca urbanistica.

La Cassazione smonta questo impianto per un motivo di fondo: la revisione processuale, spiega, non serve a riaprire una diversa lettura di fatti già valutati, ma solo a introdurre fatti storici davvero nuovi, mai esaminati dai giudici. Nel caso della Sonrisa, invece, tutte le cosiddette «nuove prove», vale a dire perizie, fatture, dichiarazioni tecniche, riguardavano esattamente gli stessi temi già affrontati e respinti in una precedente istanza di revisione, bocciata pochi mesi prima dalla stessa Corte Suprema. Si trattava, scrive la sentenza, della «riproposizione di prove sostanzialmente equipollenti a quelle già scrutinate».

Infine cade anche il tentativo più aggressivo della difesa, quello di accusare di falso ideologico il verbale di accertamento del 19 aprile 2011, secondo cui in cantiere c'erano ferri predisposti per nuovi pilastri e non semplici residui dimenticati dal 2006. La Cassazione lo liquida come un giudizio tecnico-valutativo dei verbalizzanti, non un'attestazione di fatti falsi, e ricorda che la ricostruzione si basava comunque anche sulla deposizione autonoma di un testimone, un architetto, mai formalmente accusato di falsa testimonianza. In sintesi: la Corte ha ritenuto che dietro le nuove prove non ci fosse alcun fatto realmente inedito, ma solo un tentativo di far rivalutare, con argomenti già bocciati, la stessa vicenda già definita in tre gradi di giudizio più una precedente revisione. Da qui il rigetto definitivo e la condanna alle spese.

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I sigilli apposti all'ingresso del Grand Hotel La Sonrisa
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