Mario Paciolla
in foto: Mario Paciolla

È rientrata in Italia questa mattina la salma di Mario Paciolla, il ragazzo napoletano morto in Colombia lo scorso 15 luglio, in circostanze misteriose. Salma che però è rimasta nella Capitale, e non ha proseguito verso Napoli, sua città natale. L'arrivo del corpo del cooperante internazionale dell'Onu era stato annunciato ieri dal ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che aveva anche assicurato "il massimo impegno della Farnesina e mio personale per un caso che ha coinvolto un giovane brillante impegnato in una missione delicata".

Proprio esponenti della Farnesina, oltre ai familiari del giovane, erano presenti oggi in aeroporto al rientro della salma, che è rimasta poi nello stesso scalo capitolino. La famiglia di Mario Paciolla, visibilmente provata, ha comprensibilmente preferito non rilasciare dichiarazioni, ed è poi rientrata a Napoli. Nei prossimi giorni saranno resi noti anche i risultati delle due differenti autopsie sul colpo di Mario Paciolla: la prima, quella eseguita dalle autorità colombiane, e la seconda, eseguita invece dal personale medico italiano. Al momento, la morte del cooperante italiano rimane avvolta nel mistero: inizialmente, in Colombia si era frettolosamente parlato di "suicidio", ma la tesi è tramontata praticamente subito. La madre ha raccontato fin da subito che il giovane temesse per la sua vita, e che aveva espresso questi timori pochi giorni prima di morire. Lo stesso Mario aveva anche già acquistato un biglietto aereo per rientrare in Italia il 20 luglio: ma il 15 luglio, il suo corpo è stato ritrovato senza vita all'interno dell'appartamento dove viveva, da una collega che non riusciva a mettersi in contatto con lui. Le autorità colombiane hanno battuto subito la pista del suicidio, sebbene non ci siano apparenti motivi che possano aver spinto il ragazzo al gesto. Pochi giorni prima del suo decesso, lo stesso Mario era stato in alcune comunità rurali come inviato dell'Onu per accompagnare il governatore ed il sindaco a verificare il reinserimento in società di alcuni ex guerriglieri delle Farc (le forze armate rivoluzionarie colombiane) e delle loro famiglie.