Il 27 dicembre comincerà in Campania la somministrazione dei vaccini Covid. Tra i primi a essere vaccinati ci sarà anche l'infettivologo Franco Faella, 74 anni, per anni alla guida del Dipartimento di Malattie Infettive dell'ospedale Cotugno e dalla scorsa primavera "richiamato dalla pensione" come consulente dell'Asl Napoli 1 per coordinare la conversione degli ospedali in Covid Center, prima il Loreto Mare e successivamente il San Giovanni Bosco. Faella era già in corsia quando, nel 1973, a Napoli ci fu l'epidemia di colera, ma soprattutto ricorda il ruolo che hanno avuto i vaccini nel combattere malattie terribili come la poliomelite, o nell'evitare quelle morti per cardiopatia difterica o broncopolmoniti da morbillo.

Lei ricorda l'epidemia del 1973, che ancora viene vista come uno dei momenti più bui per Napoli. Si può fare un paragone con oggi?

All'epoca la situazione era molto diversa. Fu sicuramente sconvolgente sul piano psicologico, ma nel piano pratico avemmo i contagi concentrati principalmente in tre città, ovvero Napoli, Bari e Cagliari, e in totale 32 morti. Inoltre, essendo una malattia contagio fecale-orale, bastava mangiare prodotti cotti, bere acqua in bottiglia e lavarsi le mani per essere al sicuro.

La Covid è, invece, una malattia a contagio diretto. Ha creato una pandemia che ha causato oltre 70mila morti solo in Italia. L'epidemia di colera arrivò come un fulmine a ciel sereno, in quel momento l'Italia non era preparata, ma quella di oggi ha sconvolto il mondo intero. Si tratta di un virus nuovo, mai entrato in contatto col sistema immunitario umano e per questo ha dilagato. Quella del 1973 fu una epidemia di allenamento, rispetto a quella di oggi, che è veramente drammatica e resterà nella Storia.

Nel 1973 le persone chiedevano con forza il vaccino, c'erano state anche manifestazioni. Oggi invece la gente ha paura. Cosa è cambiato?

Le manifestazioni furono anche frutto d'isteria, perché la gente ritenne che quell'epidemia richiedesse una vaccinazione e che fosse importante. In realtà non aveva nessuna valenza e quella stessa epidemia, se vogliamo, non fu nulla rispetto all'attuale. Adesso pare che in questi 47 anni si sia creata una certa diffidenza nei confronti dei vaccini, ma anche della sanità in generale. Questo fa sì che la gente creda che possa essere rischioso perché creato in maniera affrettata, opinione purtroppo condivisa anche da alcuni medici.

Siamo abituati a pensare che le case farmaceutiche facciano ricerche e trovino in farmaci. In realtà oggi esistono aziende che producono tecnologie per produrre i vaccini. Quindi la tecnologia già esisteva, è stata adattata al nuovo virus. La prassi prevede che la ricerca di un vaccino si svolga in 3 fasi successive di sperimentazione, in questo caso sono state fatte tutte insieme e per questo i tempi sono stati accorciati e oggi possiamo partire. Naturalmente sarà tutto controllato e seguito. Oggi l'unico approccio moderno e logico a una prevenzione è il vaccino, che risolverà l'epidemia.

La principale paura riguarda eventuali effetti collaterali.

Quelli ci saranno, come avviene per tutti i farmaci, ma non porteranno a 70mila decessi. Può darsi che qualcuno si sentirà male, e spero di non essere io (ride, ndr), ma si tratterà di eventi avversi che numericamente saranno molto inferiori, posso immaginare che su 60 milioni di italiani ne riscontreremo un migliaio, anche di meno. Potrebbero essere reazioni allergiche, collassi. Di certo non la morte.

Se volesse lanciare un appello a chi non si fida?

Direi che dobbiamo avere paura della malattia, non del vaccino. Io mi vaccinerò. Bisogna rendersi conto che uno dei fattori di rischio è l'età, quindi chi ha oltre 65/70 anni dovrà sicuramente vaccinarsi. Anche i più giovani, però, dovranno farlo per dovere civile e per raggiungere quel 65/70% di vaccinati che ci consentirà di raggiungere l'immunità di gregge, l'unica cosa che ci potrà far vincere l'epidemia.

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