Sannazaro incendiato, le lacrime di Oscar Di Maio: “Come trovare casa sventrata. Ora confido nella forza di Lara Sansone”

«Mi devi credere, la sensazione è come tornare a casa e trovarla trovata sventrata».
Oscar Di Maio ha iniziato a calcare il palcoscenico a 7 anni. E gran parte della sua vita è legata al Teatro Sannazaro, oggi ridotto ad un cumulo di cenere e rottami. Notissimo al pubblico tv anche per il personaggio del "Telecafone", Di Maio parla a poche ore dalla notizia dell'incendio che ha distrutto il teatro di via Chiaia. «Sto facendo uno sforzo per non farmi sentire con la voce rotta», dice, raggiunto al telefono da Fanpage. Il suo ricordo spazia da Luisa Conte storica prima donna del teatro partenopeo, colei che lo fece rinascere, a Lara Sansone, la nipote di Luisa Conte, direttrice artistica del teatro Sannazaro.
«C'è una cosa che mi ha fatto schifo, ho letto sui social certa gente che oggi si addolora, persone che fino a ieri parlavano male… Sai, un successo forte come quello del Sannazaro non viene perdonato a nessuno».
Parliamo di quello che pensa lei di questa giornata orribile.
«Io? Io sono addolorato davvero. Perché, quando torna la memoria…è una memoria fisica. Io avevo quindici anni. Luisa Conte me la ricordo giovane. Ricordo zio Gaetano (Gaetano Di Maio, commediografo e poeta ndr.), le cene dopo gli spettacoli. Lara l'ho vista nascere, l’ho tenuta in braccio. È un legame vero, fatto di affetto sincero».
Il primo ricordo?
«Fui chiamato dal teatro dopo una telefonata di mia madre a Luisa Conte. Eravano amiche, le disse "Solo tu puoi far calmare questo scugnizzo". Io andai pensando di imparare qualcosa, sai, fare la gavetta non retribuita. E invece lei volle pagarmi. Per darmi responsabilità, capito? Mi dava cinquemila lire al giorno, nel ’75 mica era poco. La signora Conte mi disse: "Ti do cinquemila lire ogni giorno, ma devi fare il bravo"».
È ricordando quegli inizi, che Oscar Di Maio, al secolo Oscar Paolozzi, fratello del filosofo crociano Ernesto Paolozzi, prorompe in lacrime. È un attimo: si ricompone e continua il racconto.

«Mi ricordo il rapporto con Pietro De Vico, che mi insegnava tutto dell’avanspettacolo, mi ricordo Ugo D'Alessio che giocava a carte. Non era una compagnia: era una famiglia. Stavamo insieme sette mesi all’anno…».
Qualche scena che l'è rimasta nel cuore più di altre?
«Nel mio cuore, più di tutte, "Angela Rosa Schiavone: Scarpe doppie e cervelle fine". Io facevo il figlio della Conte, in una scena quasi drammatica. Non dovevo sapere che lei era mia madre. Mi commuoveva sempre il finale, quando l'abbracciavo».
Non dev'essere stato facile amministrare un teatro e gestirlo artisticamente.
«No. Anche se la Conte non entrava nel merito dell’organizzazione: faceva l’artista e basta. Il grande merito organizzativo era di Nino Veglia, il marito, che aveva il cuore di un leone. Quando arrivarono loro il Sannazaro era diventato teatrino di terz’ordine, lo riportarono allo splendore».
E ora? Che si augura per il futuro?
«Che riprenda quanto prima. Io confido molto nella forza e nell'energia di Lara Sansone. È una grande donna, piena di tenacia e capacità.
Una vera donna di teatro».