Intervista al sindaco Manfredi: “Napoli non sarà mai Zurigo, ma chi governa deve scegliere. Anche a costo di scontentare”

Il sindaco Manfredi ha raccontato in un’ora a Fanpage la città in trasformazione: dal turismo di massa alla questione Bagnoli, fino all’incontro con Roberto Saviano.
A cura di Redazione Napoli
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Al centro Gaetano Manfredi, a sinistra Ciro Pellegrino, a destra Francesco Cancellato
Al centro Gaetano Manfredi, a sinistra Ciro Pellegrino, a destra Francesco Cancellato

Turismo, Bagnoli, casa, debito comunale, politica nazionale, America's cup. Gli arggomenti di cui parlare col sindaco di Napoli Gaetano Manfredi di certo non mancano. Per questo motivo, stavolta la chiacchierata col primo cittadino è stata più lunga di una semplice intervista: un'ora di conversazione nella redazione napoletana di Fanpage, col direttore Francesco Cancellato e il capo della cronaca di Napoli Ciro Pellegrino.

C'è un filo che attraversa tutta la conversazione: Napoli come laboratorio. Di politiche urbane, di gestione del turismo di massa, di rigenerazione economica. E Manfredi, sindaco della città dal 2021, come tecnico diventato politico che deve fare i conti con la complessità di governare una metropoli in trasformazione accelerata; senza perdere di vista chi rischia di restare indietro.

Nel lungo colloquio il sindaco ha toccato tutti i nervi scoperti della città e non solo: le case vacanze e i bed and breakfast che sottraggono stock abitativo, la questione pluridecennale e irrisolta di Bagnoli, la demolizione delle Vele di Scampia, il rapporto con Roberto Saviano, incontrato di recente, la creatività napoletana senza industria culturale. E poi, inesorabilmente, la politica: il campo largo, il centrosinistra che pesca sempre tra i sindaci, la leadership Schlein-Conte, le tre priorità che lui darebbe al Paese.

Sul turismo, croce e delizia dei partenopei, Manfredi non nega il rischio gentrificazione ma lo contestualizza: Napoli, dice, non è ancora Firenze né Barcellona, le case vacanze sono diecimila su uno stock abitativo enorme, e il Comune ha già approvato una norma urbanistica quartiere per quartiere per calmierarne la diffusione. Il problema, sostiene, è che in Italia mancano strumenti nazionali come quelli che hanno Francia e Spagna: senza una legge che dia ai sindaci veri poteri di intervento, ogni Comune deve arrangiarsi con l'urbanistica.

Quando si parla del (poco) ordine e del degrado urbano che spesso sono gli argomenti di lamentela dei napoletani nonché quelli dei detrattori, Manfredi difende la città: «Napoli non potrà essere mai Zurigo perché ogni città è espressione della sua cultura. Però oggi io la considero una città che molto più ordinata di qualche anno fa e c'è ancora tanta strada da fare ma non potrà mai essere una città svizzera, una città tedesca».

Su Bagnoli, in particolare sull'ex area siderurgica nell'area Occidentale di Napoli, da trent'anni attraversata da piani e progetti ed oggi oggetto di un poderoso lavoro di riqualificazione, accelerato dal grande evento Coppa America di vela 2027, la difesa è netta. «La colmata non si demolisce», dice perché sarebbe servita un'operazione ciclopica con decine di migliaia di camion attraverso tutta Italia, «ma si sigilla e si restituisce come spazio pubblico a mare». Chi protesta, sostiene Manfredi, «darà ragione all'amministrazione col tempo». La filosofia di Manfredi sulle decisioni prese in questi quattro anni al timone della città è evitare di scegliere l'immobilismo come male minore. «Scegliere significa scontentare qualcuno quindi io penso che ci saranno napoletani che sono contenti ma credo che ci sarà anche qualcuno che sarà scontento». «Non abbiamo regalato niente a nessuno» dice, rispondendo alle critiche che arrivano da molti settori, soprattutto da sinistra, di avere in mente a Bagnoli un quartiere per ricchi.

È la stessa logica con cui ha motivato la demolizione delle Vele di Scampia: ci sono simboli che vanno abbattuti fisicamente, non solo metaforicamente. A tal proposito inevitabile il passaggio su Roberto Saviano, lo scrittore ricevuto a Palazzo San Giacomo pochi giorni fa per la prima volta dopo decenni. «Ho ascoltato anche con sofferenza che lui si è sentito estraneo in questa città che è una una cosa dolorosa perché lui è un figlio di questa città» afferma Manfredi nell'intervista a Fanpage.

Il capitolo finanziario è quello in cui Manfredi sembra più orgoglioso. Il debito del Comune di Napoli è sceso da 5 a 3 miliardi euro, una cifra monstre anche se ora si allontana lo spettro del crac amministrativo , il piano di rientro procede regolarmente , «cosa che non era mai avvenuta in questa città», e il riferimento ai dieci anni di Luigi De Magistris è evidente. L'uscita dal pre-dissesto potrebbe arrivare nel 2029, quattro anni prima del previsto. La ricetta, spiega, non è solo l'austerità ma la crescita: aumentare il PIL metropolitano aumenta il gettito, e Napoli è risultata la città metropolitana italiana con il maggior incremento economico dopo il Covid.

Sul piano nazionale Manfredi è cauto ma non silenzioso. Più volte è stato indicato come un nome da tenere in considerazione in caso di campo larghissimo, di governo di larghe intese. Una «riserva della Repubblica». L'ex rettore fa però spallucce e si tiene bassissimo. Alla domanda diretta preferisce non scegliere tra la segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e il leader del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte in caso di primarie («io mi auguro che non le facciano» dice). Dice che le città metropolitane italiane sono quasi tutte a guida centrosinistra e che questo è un patrimonio da valorizzare.

Però un programma nazionale lo ha, eccome. Tre priorità per il Paese: politica industriale seria, riforma della sanità universale (che "non può più reggere" con una popolazione così anziana), e politica della casa come strumento di cittadinanza, non solo di riparo. La difesa? Non aumentare la spesa, ma spendere meglio quella già stanziata.

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