Nicola Cosentino
in foto: Nicola Cosentino

Il cartello dei Casalesi avrebbe deciso di uccidere Nicola Cosentino, all'epoca potentissimo leader politico del centrodestra, perché non si sarebbe presentato dopo una convocazione da parte di uno dei capi. Ad evitare che l'ordine si concretizzasse in agguato furono altri esponenti del clan, che mediarono riuscendo non senza difficoltà a far desistere dall'intento. A raccontarlo è Nicola Schiavone, figlio del superboss Francesco "Sandokan" Schiavone, oggi collaboratore di giustizia, che ha aggiunto di avere anche lui pensato di far ammazzare l'ex Pdl dopo che si era rifiutato di fargli un favore.

"Mio zio Cicciariello (Francesco Schiavone, cugino omonimo di Sandokan, ndr) voleva uccidere Cosentino – si legge – e ci volle il bello e il buono per calmarlo. Non lo ipotizzò, dette l'ordine". Il progetto, ha raccontato il collaboratore di giustizia, non fu attuato grazie alla mediazione di Giuseppe Russo e Antonio Iovine, detto ‘o ninno, che fecero cambiare idea a "Cicciariello". Successivamente, però, Cosentino avrebbe fatto un altro "sgarbo" al clan, rifiutandosi di indicare proprio a Nicola Schiavone il nome di un avvocato che potesse aiutarlo nei giudizi di Sorveglianza. Il pentito ha raccontato di aver detto a un altro affiliati, dopo quell'episodio, "per quanto mi riguarda, non mi dispiacerebbe fare l'agguato a Cosentino".

Il verbale in cui viene raccontata la vicenda risale al 25 settembre 2018. Le dichiarazioni sono agli atti del processo d'appello in cui Cosentino è imputato per concorso esterno in associazione camorristica. Nell'udienza del 31 marzo, dopo la requisitoria del pg Luigi Musto (che aveva chiesto 12 anni di reclusione rispetto ai 10 del primo grado), quando erano in corso le arringhe difensive (degli avvocati Agostino De Caro e Stefano Montone, che assistono Cosentino con l'avvocato Elena Lepre) i giudici hanno riaperto l'istruttoria e deciso di convocare Nicola Schiavone per la prossima udienza, il 14 aprile. I legali di Cosentino, nella memoria di 36 pagine, contestano la credibilità dei collaboratori di giustizio, una decina, che chiamano in causa l'imputato a vario titolo. Anche Nicola Schiavone è ritenuto non credibile ma, rilevano, se pure le sue dichiarazioni fossero vere, dimostrerebbero che l'ex sottosegretario all'Economia non aveva rapporti di nessun tipo col clan originario del Casertano.