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17 Marzo 2021
12:15

Vent’anni dal Global Forum di Napoli: quando il movimento No Global arrivò in Italia

Il 17 Marzo del 2001 a Napoli si tenne la prima grande manifestazione internazionale contro la globalizzazione neoliberista in Italia. Il movimento “no global” fece irruzione sulla scena politica internazionale a pochi mesi dal G8 di Genova che segnò il culmine delle mobilitazioni mondiali di un’intera generazione. Con gli attivisti del tempo ripercorriamo quella fase storica internazionale tra guerriglia comunicativa, nuovi linguaggi e anticipazioni di quel movimento che voleva l’altro mondo possibile e ruppe il diktat del “there is no alternative”.
A cura di Redazione Napoli
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a cura di Antonio Musella e Peppe Pace

Il New York Time lo definì la terza potenza mondiale, fu un movimento che ha segnato un'intera generazione nel nostro paese e nel mondo, il movimento "No Global", contro la globalizzazione neoliberista. Trasse i suoi insegnamenti dal sub comandante Marcos che dalle montagne del Sud Est messicano lanciò nuove parole d'ordine, un nuovo linguaggio e un modo di affrontare il presente invocando quell'altro mondo possibile che ancora oggi nell'immaginario collettivo resta la meta dell'immaginario progressista e socialista. Ebbe come intellettuali di riferimento vecchi cattivi maestri come Toni Negri e nuovi intellettuali che arrivavano dal Nord America come Michael Hardt e Naomi Klein. Dopo le mobilitazioni del 1999 a Seattle contro il WTO, quel vento arrivò in Europa, prima a Praga nel settembre del 2000 contro il vertice della Banca Mondiale e poi in Italia nel 2001 al Global Forum di Napoli fino ad arrivare alle giornate di Genova contro il G8 nel luglio di quell'anno. Sono 20 anni dal 17 marzo del 2001, da quel "controvertice" internazionale contro il meeting dell'OCSE sul "digital divide" che portò quel vento internazionale nel nostro paese. Abbiamo voluto ricostruire i momenti di quell'evento e di quella stagione entrata nella storia contemporanea in un mondo che era uscito dalla guerra fredda dei blocchi contrapposti dopo la caduta del muro di Berlino e non aveva conosciuto ancora l'11 settembre e la stagione del terrore globale.

I noglobal: "Ci dicevano che non c'era alternativa, rompemmo quello schema"

Francesco Caruso e Alfonso De Vito, furono tra gli animatori della Rete No Global che organizzò insieme a centinaia di associazioni, centri sociali, comunità, reti sociali, comitati e movimenti da tutta Italia e anche dall'estero le giornate del No Global Forum di Napoli culminate nella manifestazione del 17 marzo 2001. Dopo le mobilitazioni di Seattle e Praga, a pochi mesi dal G8 di Genova, le giornate di Napoli rappresentarono l'epifania di quel movimento in Europa. Furono organizzate 4 giornate di mobilitazioni, dopo una serie di assemblee tenute in tutta Italia e all'estero. Per la prima volta si sperimentarono forme nuove di contestazione che uscivano da quella dimensione un po' autoreferenziale dei movimenti: "Fu importante soprattutto per quella generazione che era troppo giovane per aver vissuto il mondo con la divisione in blocchi tra paesi comunisti e paesi NATO – spiega Francesco Caruso, oggi docente di Sociologia Economica all'Università Magna Grecia di Catanzaro – chi non aveva vissuto il mondo pre 1989 non aveva punti di riferimento perché si stavano disciogliendo come neve al sole. E non solo i grandi partiti comunisti, ma anche i collettivi politici classici degli anni '70 e '80. Esplose qualcosa di completamente nuovo". Nelle piazze, colorate come mai prima di allora, si mischiavano culture diverse dai centri sociali ai movimenti cattolici, dalle associazioni alle Ong, un melting pot che si riconosceva come parte di uno stesso mondo che si opponeva alla globalizzazione dei profitti senza diritti e al potere incontrastato delle multinazionali e degli organismi sovranazionali come l'OCSE, il WTO, il G8. "Parlavamo un linguaggio che teneva insieme la condizione più classica dello sfruttamento lavorativo e della povertà con quella che era la condizione ambientale, il diritto alla salute e il diritto alla cura, questioni che oggi si impongono in tutta la loro potenza" ci racconta Alfonso De Vito, oggi operatore sociale e attivista per il diritto all'abitare. Per la prima volta quel movimento si dava una dimensione internazionale, giovani e non di ogni parte del pianeta condividevano un'orizzonte comune e le mobilitazioni in occasione dei vertici internazionali, i cosiddetti "controvertici", divennero degli appuntamenti globali. "Ci aspettavamo a Napoli la partecipazione di 7/8 mila persone – ricorda De Vito – ne arrivarono 30 mila da tutta Italia e anche dall'estero, dalla Grecia, dalla Germania, dalla Svizzera. Quella fu una prima risposta ad una contraddizione nella quale ancora oggi navigano le democrazie – prosegue De Vito – cioè quello che è lo spazio della mobilitazione sociale che rimane prevalentemente nazionale e quello che è lo spazio della decisione politica ed economica che è sovranazionale". Un movimento che era pienamente globale e che non contestava la globalizzazione in quanto tale, ma il modello neoliberista che si stava applicando. Tanto che anche il nome "No Global" fu sostanzialmente un equivoco: "Durante il Global Forum formammo una rete organizzativa, la "Rete No Global Forum" – ricorda Caruso – giornalisticamente per brevità fu definita "Rete No Global", anche noi quando comprammo il dominio del sito web scegliemmo noglobal.org, da lì nasce il movimento No Global. Per capire la portata di quell'evento dobbiamo renderci conto che erano anni in cui regnava la massima di Margaret Thatcher, there is no alternative (non c'è alternativa ), cioè i potenti ci dicevano che non c'era alternativa a quel modello di sviluppo, ebbene quel movimento ruppe questo schema".

La manifestazione del 17 Marzo 2001 a Napoli contro il Global Forum
La manifestazione del 17 Marzo 2001 a Napoli contro il Global Forum

La guerriglia comunicativa: "Imparammo ad usare i media"

Il più grande salto di qualità di quel movimento fu sicuramente nel rapporto con i media. Ogni controvertice aveva un suo "media center" con "media attivisti" che producevano video, dirette radio, approfondimenti, stampavano fanzine e giornali. Negli anni successivi il movimento si dotò di innumerevoli strumenti, dalla rete Indymedia, network di siti completamente autogestiti, alle esperienze delle Radio web capitanate dalla padovana Radio Sherwood, fino ad una rivista in edicola "Global". "Tra il 2000 e il 2001 non esistevano gli strumenti di comunicazione orizzontale – spiega Caruso – l'opinione pubblica era indirizzata da televisioni e giornali, dai media verticali. Il movimento era eternamente a rischio di essere bollato e liquidato come un problema di ordine pubblico. Quindi bisognava rompere quello schema. L'esempio classico di una contestazione a Mc Donald's, simbolo della follia alimentare, degli allevamenti intensivi e della potenza delle multinazionali, fino ad allora era quello di calarsi il passamontagna, spaccare le vetrine e scappare via. Noi invece durante il Global Forum nei Mc Donald's entrammo con le pecore, le galline, i pastori, gli ortaggi, contestando quel modello alimentare e produttivo mostrando l'alternativa immediata. Una fotografia delle pecore davanti ad un Mc Donald's in centro a Napoli richiamava l'attenzione quanto se non di più di una vetrina spaccata. Le televisioni correvano". Accadde davvero, nei punti vendita di Mc Donald's che all'epoca si trovavano in Piazza Dante e in via Cilea, furono montate anche delle tavole imbandite di formaggi e salumi, tra lo sconcerto delle forze dell'ordine e la simpatia dei passanti. La formula era quella di unire conflitto e consenso. "Le strategie di guerriglia marketing e la capacità di giocare con il linguaggio dei media main stream è stato fondamentale – sottolinea De Vito – il problema è che poi tutto questo processo si scontrò con l'innalzamento della violenza proposto dagli apparati repressivi".

Contestazione a Mc Donald’s, Napoli marzo 2001
Contestazione a Mc Donald’s, Napoli marzo 2001

Le cariche alla piazza e le violenze alla caserma "Raniero"

La manifestazione che partì da Piazza Garibaldi doveva raggiungere la "zona rossa" che iniziava a Piazza Municipio, creata per proteggere il vertice dell'OCSE che si teneva a Palazzo Reale poche centinaia di metri più avanti. "Si usavano costruire in occasione di quei vertici una zona rossa interdetta – ricorda De Vito – la violazione della zona rossa era ampiamente praticata e rivendicata da quel movimento per rivendicare il diritto di manifestare fin sotto i palazzi del potere". Quando il corteo di 30 mila persone arrivò a Piazza Municipio e provò a svoltare per arrivare alla sede del vertice OCSE la piazza fu trasformata in un'inferno dalle forze dell'ordine. "Furono chiuse tutte le vie d'uscita, la manifestazione fu caricata da tutti i lati, ci furono centinaia di feriti, fu davvero una tonnara" spiega De Vito. Quelle immagini, immortalate anche dalla video inchiesta "Zona Rossa" prodotta proprio dalla Rete No Global, sono state consegnate alla storia. Ma tutto continuò in maniera terribile anche dopo. "Ci furono dei veri e propri rastrellamenti alla fine della manifestazione, per strada e anche negli ospedali i feriti venivano presi dalle forze dell'ordine e portati alla caserma Raniero, parliamo di decine e decine di persone" ci spiega Annalisa Senese, penalista e difensore di parte civile al processo contro le violenze delle forze dell'ordine al Global Forum di Napoli. "Chi fu portato in quella caserma, come si legge nelle carte processuali, fu costretto a mettersi in ginocchio con le mani dietro alla schiena, denudato, costretto a fare flessioni, sommerso di sputi, riempito di insulti a sfondo razzista o politico per gli uomini e a sfondo sessuale se donna" ricorda l'avvocato Senese. "Chi protestava veniva riempito di botte, ci furono casi di persone che addirittura non erano state alla manifestazione e che furono prese dagli ospedali e portati in quella caserma".  Quella fu l'anticipazione di cosa sarebbe avvenuto a Genova pochi mesi dopo, nelle violenze culminate con l‘omicidio di Carlo Giuliani e i massacri nella caserma di Bolzaneto. "Ci fu un processo che portò a delle condanne per i poliziottiper numerosi reati tra i quali anche quello di sequestro di persona , anche per i dirigenti – spiega l'avvocato – quell'evento contribuì alla nascita di un dibattito nel nostro paese sulle violenze della polizia che solo nel 2017 ha portato all'introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale".

Quella violenza da parte delle forze dell'ordine unita a quello che avvenne a Genova nel luglio dello stesso anno, rappresentarono un'ondata di violenza e repressione verso quel movimento globale che spaventava i potenti. L'Italia fu il territorio in cui quel tentativo di terrorizzare, impaurire, picchiare materialmente un'intera generazione, uccidere gli attivisti come nel caso di Carlo Giuliani, si consumò. Poi l'11 settembre di quello stesso anno, due aerei dirottati abbatterono le torri gemelle a New York. E il mondo cambiò nuovamente.

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