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Domenico morto col cuore bruciato, il Monaldi ammette: “Manca un protocollo interno per trapianto”

L’audit interno dell’ospedale Monaldi sul caso del piccolo Domenico. Incidente “non riconducibile a un singolo errore umano”: “rotta la catena di difese del processo di trapianto”
A cura di Pierluigi Frattasi
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All'ospedale Monaldi di Napoli "non risultano presenti procedure aziendali formalmente adottate in materia di espianto, trasporto e impianto cardiaco. I professionisti coinvolti nei processi di trapianto fanno riferimento pertanto alle linee guida internazionali vigenti". È quanto emerge dagli audit interni, ossia l'indagine che la struttura ospedaliera ha avviato a seguito del caso del piccolo Domenico, il bimbo di 2 anni trapiantato con un cuore "bruciato", danneggiato cioè perché conservato con ghiaccio secco, anziché quello normale.

A pronunciare le parole nell'audit interno di quasi 300 pagine è uno degli operatori sanitari sospesi negli scorsi giorni dall'incarico al Monaldi, in un confronto avvenuto il 9 febbraio scorso, quando il caso del bimbo trapiantato il 23 dicembre scorso, era già stato reso noto a livello mediatico un paio di giorni prima. La professionista parla con un referente del Centro regionale trapianti della Campania.

Il bimbo è poi deceduto il 21 febbraio scorso, alle 4,30 del mattino. Una commissione di esperti riunitasi il mercoledì precedente aveva accertato non era più trapiantabile. I familiari, a quel punto, hanno deciso di optare per la terapia PCC, per il non accanimento terapeutico. Negli audit, secondo quanto emerso finora, i responsabili del rischio clinico dell'Azienda ospedaliera, sottolineano anche la "mancata formalizzazione di ruoli, responsabilità e punti di verifica nelle fasi critiche del processo" ed evidenziano una "insufficiente strutturazione dei flussi comunicativi tra équipe di espianto ed équipe di trapianto".

I punti dell'inchiesta della Procura sulla morte di Domenico

Sulla vicenda c'è una indagine della Procura di Napoli che vede al momento sei indagati, tra medici e paramedici. I carabinieri, dopo il decesso del bimbo, hanno sequestrato i cellulari degli operatori sanitari coinvolti. Tra i punti da chiarire, quello delle due fasi dell'espianto avvenuto a Bolzano, del trasporto e della conservazione del cuore, e dell'impianto avvenuto a Napoli. Il primario Guido Oppido che ha operato il bimbo ha sempre sostenuto di aver avuto il via libera dell'equipe sanitaria che lo assisteva. Ma c'è da capire la cronologia esatta: i tempi di quando il cuore del bimbo è stato espiantato e di quando ci si è accorti che quello arrivato dal Trentino era congelato e inutilizzabile.

"Rotta la catena di difese del processo di trapianto"

Gli altri professionisti, nell'audit, il cui contenuto è riportato da La Repubblica, sostengono di non aver dato il decisivo "sì" al primario per procedere con l'operazione. "È fallita la barriera comunicativa e decisionale" si legge nell'audit. Mentre si sarebbe verificata anche "l’assenza di uno stop-point formale che subordinasse l’esecuzione di una fase chirurgica irreversibile alla verifica oggettiva e condivisa dell’idoneità dell’organo". In conclusione, nell'audit del 9 febbraio, si ritiene che l'incidente "non è riconducibile a un singolo errore umano, bensì alla rottura della catena di difese di sistema lungo più fasi del processo trapiantologico". Vengono poi date alcune indicazioni per correggere e migliorare le procedure, come l’attivazione "di programmi di formazione specifica e tracciata per il personale del percorso trapiantologico" e il "rafforzamento dei flussi comunicativi". Con l'obbligo da oggi in poi di adoperare "sistemi di trasporto dell’organo con monitoraggio continuo della temperatura e tracciabilità documentata".

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