Casalesi, il figlio di Peppe ‘o Padrino aveva già tentato il suicidio in carcere. Prima di lui due casi simili

Quello di Costantino Russo, 35 anni, trovato senza vita nella sua cella nel carcere di Secondigliano, a Napoli, poco dopo avere cominciato il percorso di collaborazione con la giustizia, è solo l'ultimo caso in ordine di tempo: di "suicidi fotocopia", per modalità e situazioni, ce ne sono stati diversi, anche di recente. E si tratta, manco a dirlo, di situazioni delicatissime: la Direzione Distrettuale Antimafia ha avviato una inchiesta per stabilire le cause del decesso ma, e questo è facile da immaginare, anche per cercare di capire se a portare Russo a quella tragica decisione possa essere stato un elemento esterno. Come una pressione, arrivata chissà come fino al reparto collaboratori, dove si trovava in isolamento.
Il 35enne aveva già tentato il suicidio, poco dopo l'arresto, ma in quella circostanza era stato soccorso; nonostante questo precedente, non era videosorvegliato. Nei giorni scorsi, l'indiscrezione secondo cui Russo aveva deciso di iniziare a collaborare con la giustizia. E ieri, con la notizia della morte, è arrivata anche la conferma ufficiale: era ancora nel carcere di Secondigliano, ma in una cella isolata, nel reparto collaboratori sebbene, non essendo ancora passati i 180 giorni dall'inizio della collaborazione, era ancora un "dichiarante".
Russo era finito in carcere il 7 luglio, in un blitz di Guardia di Finanza e Dia contro il clan fondato dal padre, Giuseppe alias "Peppe ‘o Padrino", detenuto dal 2004 e in attesa di scarcerazione a breve. Secondo le indagini il 35enne aveva preso in mano le redini del gruppo criminale, inquadrato nel cartello dei Casalesi e vicinissimo al superboss detenuto Francesco Schiavone "Sandokan". Nell'operazione erano finite sotto sequestro società per due milioni di euro, dei settori ristorazione, turismo e ricreativo: sarebbe stato attraverso quelle attività che il clan riciclava e autoriciclava i proventi delle attività illecite.
Un anno fa, un episodio praticamente identico: nell'aprile 2025 si è tolto la vita Pietro Ligato, figlio del boss Raffaele, storico capoclan dei Casalesi deceduto nel 2022 nel carcere di Opera, dove stava scontando l'ergastolo. Per Ligato junior stesso carcere, stesso reparto: Secondigliano, ala riservata ai collaboratori di giustizia, mentre era da solo in cella. Cambiano le modalità: non un cappio ricavato con materiali di fortuna, si sarebbe soffocato con delle buste di plastica. Stessa situazione: anche il 52enne, arrestato nel gennaio 2023, aveva da poco iniziato il percorso di collaborazione di giustizia e aveva reso un interrogatorio il giorno prima di morire.
Ma c'è stato anche un altro episodio simile, ancora, e più recente. Il 16 marzo 2026 è stato trovato senza vita Bernardo Pace, 62 anni, detenuto nel carcere delle Vallette. A Torino ci era arrivato da poco da Roma, dopo una condanna a 14 anni di carcere nell'ambito dell'inchiesta Hydra, condotta della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano e incentrata su un presunto patto tra esponenti di ‘ndrangheta, camorra e Cosa Nostra per la spartizione degli affari illeciti e per il riciclaggio di capitali. E, poche settimane prima della morte, aveva cominciato, anche lui, a collaborare con la giustizia, rilasciando dichiarazioni proprio su quella alleanza.